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Bernardo
Secchi è professore ordinario di Urbanistica all'Istituto
Universitario di Architettura di Venezia (IUAV)
"New
Territories , situations, projects, scenarios for
the European city and territory" è una mostra
itinerante che, dopo l' allestimento a Venezia nel corso
del 2002, sarà visitabile in diverse città
europee.
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Diario di un urbanista
di Bernardo Secchi
SICI:1723-0093(200309)3<T:LFDC>2.0.CO;2-A
Parlare di forma della città e del territorio
sembra oggi proibito. Se ne può forse parlare per il passato,
ma non come di un problema attuale. Si è subito guardati
con sospetto come di chi si occupi di cose irrilevanti.
La cosa è abbastanza strana. Senza suscitare alcuno scandalo
continuamente parliamo di forme letterarie e musicali, di forme
sociali, giuridiche ed istituzionali, di forme di impresa e di
mercato, di forme visibili ed invisibili e riconosciamo l'utilità
di queste categorie. E' ben vero che il termine forma, in ognuna
di queste accezioni, è utilizzato in modi suscettibili
di diverse interpretazioni. In un importante saggio di alcuni
anni or sono Wladyslaw Tatarkiewicz sottolineava come il carattere
polisemico del termine fosse messo in evidenza anche dai termini
che gli vengono spesso opposti: contenuto, materia, oggetto, argomento.
Per cercare di districarsi nel labirinto della polisemia Tatarkiewicz
proponeva di raggruppare le diverse idee di forma in almeno cinque
concetti fondamentali, ognuno dei quali declinabile secondo alcune
varianti ed ognuno dei quali con una lunga e corposa storia alle
spalle: storia dunque di un termine e di cinque concetti, come
ovvio assai importanti anche per l'architettura e l'urbanistica.
Se sollevo la questione è perché a me sembra che
la forma della città sia oggi al centro di una disputa
della quale nessuno ama parlare, forse a causa dei troppi malintesi
che sovrastano il termine e l'idea stessa di forma della città.
Chi osservi però, nelle esposizioni, nelle riviste, nelle
scuole di architettura e soprattutto nelle città, la moltitudine
di progetti di città e per la città oggi proposti
ed in parte realizzati non può che provare un'imbarazzante
sensazione di déjà-vu. Analizzati con cura
essi appaiono, nella maggior parte dei casi e fatte salve alcune
eccezioni, quantomeno come una composizione, in luoghi e situazioni
differenti, di materiali già collaudati in altre esperienze.
Innovazioni e rotture sono assai rare ed immediatamente assorbite,
anche in paesi che non appartengono all'area occidentale, nella
nuova koinè dell'architettura e dell'urbanistica contemporanee;
forse più dell'architettura che dell'urbanistica e ciò
riguarda la disputa cui sto facendo riferimento.
Naturalmente è difficile provare un'affermazione di questo
genere, né desidero farlo; ma anche l'affermazione opposta
incontrerebbe altrettante difficoltà; per questo ho parlato
di una sensazione; che se fosse condivisa potrebbe dar luogo ad
alcune interessanti riflessioni. Forse l'architettura e l'urbanistica
contemporanee stanno lentamente e faticosamente trovando un loro
stabile universo discorsivo: una loro concentrazione tematica,
un insieme omogeneo di posizioni in ordine a ciascun tema che
ne definisce una positività condivisa, un vocabolario,
una grammatica ed una sintassi.
Non sarebbe cosa da poco: la storia dell'architettura della città
è fatta di lunghi periodi nei quali architetti ed urbanisti
hanno lavorato, con piccoli slittamenti e continui perfezionamenti,
improvvise condensazioni e rarefazioni, su pochi temi condivisi,
affrontandoli con un medesimo vocabolario, una stessa grammatica
ed una stessa sintassi. E' questo ciò che ci permette di
periodizzarne la storia. Con quei vocabolari, quelle grammatiche
e sintassi sono stati scritti testi tra loro molto diversi, monumenti
della nostra storia letteraria ed urbana che hanno affrontato
i temi peculiari di ogni epoca, esaurendo, alla fine, le proprie
capacità di farvi fronte e dando luogo a nuovi universi
discorsivi. Non ogni giorno si può assistere alla rottura
operata da un'avanguardia, soprattutto quando, come oggi, non
sembra più riconoscibile una tradizione dall'oppressione
della quale occorra uscire con violenza e radicalità.
L'odierna ricerca di uno stabile universo del discorso avviene
però, almeno per ora, lungo due direzioni tra loro fondamentalmente
opposte; opposte cioè per quanto riguarda le principali
ipotesi cui fanno riferimento. E' una schematizzazione la mia;
la realtà è sempre più complessa di quanto
la facciano gli studiosi ed è frequente trovare punti di
intersezione tra le due direzioni. Ma forse la semplificazione
può aiutare ad impostare una questione, quella appunto
della forma della città, che a mio modo di vedere non dovrebbe
più essere rimossa.
Se dovessi dire, in modi molto sintetici, quali siano i temi
più frequentati, le posizioni più largamente condivise,
i vocabolari, le grammatiche e le sintassi della prima tra le
due direzioni di ricerca che ho richiamato, metterei al primo
posto la nuova e maggior attenzione ad alcuni aspetti del progetto
di suolo: luogo concettuale ed operativo ove prende corpo il carattere
topografico del progetto contemporaneo. Non tanto il suo adagiarsi
sulla topografia fisica, sociale e simbolica, sulla mappa delle
pratiche sociali senza farvi violenza, quanto la riscoperta o
l'invenzione di una nuova topografia nella quale quelle pratiche
si rappresentino.
Nella storia della città europea il progetto di suolo è
sempre stato progetto aperto che attraversa le scale e mai si
riduce alla sola sistemazione di alcuni spazi non edificati; progetto
che di continuo elabora e rielabora vecchi e nuovi materiali urbani,
che di continuo costruisce nuovi vocabolari, nuove grammatiche
e sintassi attraverso le quali esprimere nuove concezioni spaziali.
Tutto ciò si oppone radicalmente al progetto di suolo della
città moderna ed in specie alle sue versioni più
tecniche e riduttive, ma riprende semmai re-interpretandoli alcune
tradizioni ed alcuni miti più antichi come alcune poche
esperienze del Movimento Moderno. Immagine di una società
aperta, ove sempre più si è in pubblico, l'architettura
della città contemporanea lungo questa direzione sembra
rifiutare recinti e barriere, rigide suddivisioni funzionali e
di ruolo, immagina uno spazio fluido che attraversa lo spessore
del suolo e degli edifici.
In secondo luogo, direi che ciò che connota questo primo
gruppo di progetti è un'accettazione convinta del carattere
frammentario della città contemporanea; il rifiuto di imporre,
ideologicamente, alla città un principio d'ordine fatto
di continuità, regolarità e uniformità. Figure
che la modernità ha lungamente inseguito, ma che hanno
trovato, nella pratica dell'interazione sociale ed entro gli stessi
gruppi dominanti come nel carattere sovra-determinato di ogni
processo urbano, una forte resistenza. La maggior attenzione al
frammento consente anzi a questi progetti di riscrivere la storia
della città europea scoprendone il perenne carattere discontinuo
e frammentario. Immagine di una società connotata dalla
molteplicità e dal pluralismo, il frammento non è
contraddittorio alla costruzione di un coerente universo discorsivo.
Le stesse regole del discorso si flettono ed assumono colorazioni
differenti entro le diverse situazioni; la flessione locale della
regola discorsiva è anzi uno dei principali modi per mettere
in evidenza la specificità del luogo, della situazione,
della costellazione di attori.
In terzo luogo, direi che questi stessi progetti sono connotati
da una nuova ricchezza materica. Spesso enfatizzati i nuovi materiali,
messi a punto entro esperienze estreme in altri campi, consentono
un arricchimento del linguaggio urbano, sempre più dominato
dalla leggerezza, dalla trasparenza e dalla sottigliezza. Immagine
di modi di vita che tendono a distribuire in modi diversi da quelli
tradizionali le diverse operazioni elementari entro lo spazio
ed il tempo della città, l'architettura e l'urbanistica
contemporanee cercano di spostare ed interpretare differentemente
dal passato le divisioni tra interno ed esterno, tra chiuso ed
aperto, tra privato e pubblico.
Un diverso rapporto con la materia è spesso sottolineato,
quarto aspetto, da un diverso rapporto con la natura. La natura,
nascosta e moralizzata dalla città moderna, costretta entro
le rigide geometrie delle sue reti, dei suoi mails e boulevards
od in quelle innaturali quanto fantastiche dei giardini pubblici,
diviene, con le sue proprie forme, elemento ordinatore di molti
progetti urbani: si fa architettura della città, le propone
problemi e soluzioni, suggerisce il ricorso a materiali inusitati,
costruisce legature, trame e mosaici entro i quali si collocano
i diversi frammenti della città, ispira il progetto di
suolo.
A questi progetti se ne accosta un altro gruppo, forse più
numeroso, che insegue ipotesi altrettanto forti. Esso considera
la città del 18° secolo come la più alta espressione,
il punto di arrivo della cultura urbana europea ed a partire da
qui cerca di scrivere una storia alternativa del 19° secolo:
ciò che il 19° e, di conseguenza, il 20° secolo
avrebbero potuto essere se fossero stati più "illuminati".
L'isolato, moralizzato e più o meno aperto, posto al centro
della riflessione progettuale, diviene il materiale fondamentale
di una composizione urbana che utilizza viali, boulevards
e strade corridoio rivisitati entro una maglia urbana, una griglia
che, costruendo essa stessa i propri punti catastrofici e negando
ogni sovra-determinazione del processo di costruzione della città,
cerca di ristabilire una gerarchia significativa degli spazi urbani;
una gerarchia che consenta di riconoscervi un racconto interrotto,
ma che nasconde anche la differenza ed il conflitto.
C'è evidentemente qualcosa di interessante in questa idea
che considera il 19° secolo come una parentesi, un brusco
arresto se non una deviazione della storia della città
europea, c'è il fascino della continuità estesa
a lunghi periodi, del tentativo di dare un senso alla storia,
di ritrovare un'identità che affonda le proprie radici
in un passato lontano; c'è l'idea dell'autonomia delle
forme della città e dell'architettura, di una loro storia
quasi ineluttabile che non si deve tradire, di un lavoro di perfezionamento
di situazioni esistenti attraverso spostamenti minimi, piuttosto
che di re-invenzione totale. Tutto ciò è anche rassicurante;
il nuovo sempre ci inquieta.
Nella città europea, ad esempio, nel suo vocabolario, nella
sua grammatica e sintassi, nella sua morfologia, si rappresenta
l'identità di una cultura; nei temi che con quel vocabolario,
quella grammatica e quella sintassi sono stati di volta in volta
affrontati e nelle loro modificazioni nel tempo si rappresenta
la sua storia; un'identità ed una storia autonoma rispetto
i movimenti congiunturali della società, nelle quali la
società si è rappresentata in modi concettuali piuttosto
che come corrispondenza immediata, priva di mediazioni; un'identità
ed una storia infine che ci permettono di riconoscere la stabilità
temporale degli elementi fondatori di una forma urbana.
Ciò che mi appare meno convincente in questo secondo gruppo
di progetti contemporanei è l'immagine sottesa della società
e dei processi di costruzione della città: una società
solitamente interpretata come società di massa, composta
da grandi aggregati omogenei nel loro habitus, processi
di costruzione della città che si ritiene di saper regolare
e controllare nei dettagli e nel tempo. E' il rifiuto ad accettare
le sfide che la differenza, nello spazio fisico e sociale, ci
propone ciò che mi appare troppo semplice; l'attitudine
"moralizzatrice" che mi preoccupa, pur se si contrappone
all'anomia ed alle possibili derive compromissorie del primo gruppo
di progetti.
Indipendentemente però dalle mie preoccupazioni e preferenze,
mi sembra che questi due grandi gruppi di progetti urbani assumano,
sulla base di ipotesi chiaramente riconoscibili almeno nelle loro
versioni più alte, posizioni differenti in ordine soprattutto
alla forma dalla città; che soprattutto sia nell'impegno
sullo specifico terreno della forma della città che essi
esprimano il proprio impegno nei confronti della società.
Ciò appare con chiarezza se facciamo riferimento non solo
al significato di forma che più di frequente si trova,
ridotto e banalizzato, nei dizionari: quello cioè di forma
come contorno o profilo di un oggetto, di ciò che ci consente
di distinguerlo da uno sfondo (Tatarkiewicz lo indicherebbe come
forma C), ma anche a quelli più articolati che lo stesso
Tatarkiewicz propone.
L'espandersi della città a partire dalla fine del 19°
secolo nelle sue periferie ed alla fine del secolo successivo
il formarsi della "città diffusa", la perdita
di un chiaro e riconoscibile limite che divida la città
dalla campagna, ha indotto molti urbanisti a ritenere che non
si potesse più parlare di forma della città. E'
stata una rinuncia dolorosa; informe è divenuto aggettivo
applicato alle periferie ed alla moderna metropoli nel quale in
modi spesso impliciti si condensava un giudizio negativo, il non
detto di una perdita che non si voleva chiaramente riconoscere.
Più proficuamente essa avrebbe dovuto invitare ad un'osservazione
più attenta della città; a non volervi riconoscere
a tutti i costi un contorno, un limite che si oltrepassa varcando
una soglia, quanto piuttosto la composizione, secondo principi
di volta in volta cangianti, di parti, di elementi, di materiali
semplici o complessi: l'albertiano concerto di tutte le parti
accomodate insieme. Tatarkiewicz indicherebbe questa accezione
come forma A, forse quella con una più lunga storia. Per
quanto ci riguarda, essa si è fortemente rappresentata
nelle concezioni della città come organismo, come in quelle
della città funzionale e quelle, non sempre ad esse opposte,
di stampo strutturalista; con l'inevitabile attenzione alle relazioni
spaziali tra i diversi materiali urbani e l'introduzione di strumenti
critici classici quali proporzione, numero, regolarità
ed ordine. Essa è stata all'origine di una fertile stagione
di studi urbani.
Molti hanno addebitato il modesto consenso ottenuto lungo tutto
il 20° secolo dalla costruzione di nuove città e di
nuove parti di città o anche di nuovi materiali urbani
a due ragioni tra loro opposte. Da una parte, ad una troppo scarsa
attenzione al significato intrinseco di ciascun elemento o materiale
entro una più vasta composizione (forma B); al senso ed
al ruolo delle relazioni che tra gli stessi materiali intercorrono
o, detto in altri termini, ad una troppo scarsa attenzione all'argomento
che deve legittimare ogni progetto; alla narrazione che, in modi
spesso impliciti, esso contiene; alla interpretazione della realtà
che propone; agli scenari che costruisce, ai loro destinatari
o, in termini ancora più abbreviati e riduttivi, ad una
troppo scarsa attenzione al contenuto. Dall'altra, il modesto
consenso ottenuto dalla città contemporanea viene attribuito
alle ragioni opposte: ad un sovraccarico ideologico; ad un eccesso
di attenzione per obiettivi pur importanti e comuni a parti rilevanti
della società, senza porsi il problema di come raggiungere
i destinatari attraverso specifiche forme espressive o senza porsi
quello di come gli obiettivi perseguiti potessero esprimersi passando
attraverso specifiche forme visibili. Da ciò sarebbe conseguita
la riduzione di complessità dello spazio urbano che connota
la città contemporanea rispetto a quella del passato; una
riduzione di complessità percepita come perdita ed impoverimento.
Critiche in molti casi giustificate, in altri insensate. Siamo
abituati ad abitare ed amare parti di città costruite per
destinatari che ci sono oggi totalmente estranei per cultura,
modi di vita, orizzonti di senso, nelle quali si è rappresentata
la sovranità piuttosto che la società disciplinare;
ad abitare ed amare parti di città e materiali urbani concepiti
e costruiti entro la più rigorosa autoreferenzialità,
con i quali successive generazioni hanno lavorato aggiungendo
e togliendo, arricchendo e semplificando. E' in questa constatazione,
a ben guardare, che sta la forza del secondo gruppo di progetti
che ho più sopra richiamato: nel costruire una distanza
critica tra i diversi strati della realtà ed è questa,
di converso, la possibile debolezza del primo gruppo di progetti
che costantemente rischia di aderire troppo da vicino a movimenti
degli immaginari collettivi che nel tempo possono rivelarsi sterili
e caduchi.
In parte per superare queste difficoltà e l'imbarazzo che
suscita una divisione tra forma e contenuto, l'impossibilità
cioè di esprimere un contenuto se non passando attraverso
una forma espressiva ed il dover riconoscere che ogni forma finisce
con l'esprimere un contenuto eventualmente non voluto, si è
di recente ricorso largamente ad esprimere contenuto e forma attraverso
un concept, che non necessariamente, ma molto di frequente
si affida ad un'espressione grafica. L'ipotesi è quella
di cercare di esprimere i soli aspetti fondamentali di un'interpretazione
della realtà come della sua proiezione progettuale; un'idea
antica (forma D, direbbe Tatarkiewicz) che ha avuto nel tempo
alterna fortuna e che dovrebbe virtuosamente consentire di prescindere
dalle possibili e personali interpretazioni di una situazione,
di un oggetto o di un progetto per metterne in evidenza solo ciò
che ad un livello di maggior astrazione lo accomuna ad altre situazioni,
solo ciò che di quella situazione, oggetto o progetto può
legittimamente essere detto e ne costituisce la componente necessaria
e non accidentale.
Una sfida che ha rapidamente dato luogo a due derive: da una parte
il concept è divenuto strumento retorico di rimozione
di possibili conflitti e problemi: tace, nella sua vaghezza ed
imprecisione, nell'uso spesso metaforico dei segni e delle parole,
ciò che diverrebbe materia del contendere o che è
già problema che non si sa come risolvere. Alcuni dei segni
che compaiono in molti concepts appaiono all'occhio esperto
profondamente bugiardi perché irrealizzabili, o tali da
avere, se realizzati, conseguenze profondamente diverse da quelle
attese. De-formando la realtà senza chiari criteri di controllo
essi promettono significati, ruoli, orizzonti di senso che non
sono in grado di costruire. Dall'altra, da forma dell'intelletto
che rende percepibile e comprensibile l'esperienza, passata o
futura (forma E), essi divengono spesso forma soggettivamente
imposta all'esperienza, che con una forte economia di mezzi espressivi
di fatto rifiuta di sottoporsi alla verifica od alla falsificazione.
E' strano come non si colga in questi temi, che hanno peraltro
attraversato il dibattito sull'architettura della città
e sulla sua storia lungo tutto il 20° secolo, il modo specifico
dell'architetto e dell'urbanista di incrociare ed interpretare
la società ed i suoi movimenti, i processi di interazione
sociale e le politiche che tentano di dar loro coerenza e consistenza,
i disegni dei gruppi dominanti, la forma e la struttura del potere
come il continuo cangiare del fascio di bisogni e desideri che
danno identità ai diversi gruppi sociali assumendo impegni
nei loro confronti.
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