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Il nostro tempo sembra dominato dall'incertezza. Banalizzate e
sospinte ad invadere gli immaginari collettivi, le retoriche dell'incertezza
svolgono oggi un importante ruolo di legittimazione di diverse
forme di relativismo. Se nulla può essere detto con certezza,
se tutto appare in-certo, in-affidabile ed in-credibile, tutto
può apparire dicibile e ciò può coprire sostanziali re-distribuzioni
del potere. L'enfasi odierna sull'incertezza è certamente una
reazione alle versioni più riduttive del determinismo del passato
ed alle visioni teleologiche della storia che esse avevano contribuito
a costruire, ma è anche esito forse della delusione prodotta in
molti campi, specie in quelli percorsi da una forte tensione progettuale,
dalle concezioni sistemiche.
Ciò di cui ci stiamo accorgendo e che numerose ricerche degli
ultimi anni ci mostrano, almeno nel campo di studi del quale mi
occupo, è che molti fenomeni, che in passato avevamo isolato tra
loro e rinchiuso entro gli steccati di sempre più specifiche aree
di ricerca e discipline, sono fondamentalmente sovra-determinati.
Tra questi le trasformazioni della città e del territorio. Questo
termine "sovra-determinazione" vorrei contrapporre ed opporre
a quello di "incertezza". Per dire cosa intendo non trovo miglior
riferimento dell' Uomo senza qualità. Come tutti sanno
il problema che Musil affronta è quello delle ragioni del primo
conflitto mondiale. Esito di un numero di cause sovrabbondante
rispetto a quelle necessarie e tra le quali diviene difficile
stabilire ordini di importanza e di priorità, il conflitto appare,
agli occhi di Musil, un fenomeno appunto sovra-determinato, come
lo sono, ad esempio, molti fenomeni meteorologici non a caso richiamati
dall'incipit del romanzo. Analogamente sovra-determinate appaiono
oggi le trasformazioni della città e dei territori europei.
La consapevolezza di questa natura dei fenomeni urbani nelle loro
diverse dimensioni, una natura profondamente diversa da quella
presupposta in passato, è a mio modo di vedere l'esito di una
stagione molto fertile connotata da un evidente e pervasivo sforzo
descrittivo. Sviluppatosi lungo diverse direzioni, facendo ricorso
ad un vocabolario in continua espansione e straordinariamente
denso di termini metaforici, mettendo a punto tattiche e strategie
cognitive differenti, chiamando a collaborare discipline, aree
di studio e di espressione artistica non sempre usuali, questo
sforzo mi appare analogo a quello compiuto in epoche passate;
ad esempio a quello del romanzo europeo del diciannovesimo secolo,
"un periodo- nelle parole di Balzac- di analisi e descrizioni",
che tante conseguenze ha avuto per il nostro modo di osservare
ed immaginare la città moderna.
Con una forte attenzione al presente, a things in the making
per usare l'espressione di William James, la stagione descrittiva
cui mi riferisco ha rivelato, attraverso l'esperienza dei luoghi,
ciò che di nuovo e sorprendente stava investendo la società europea,
le pratiche d'uso della città e del territorio, le dimensioni
del quotidiano, le differenze che lo attraversano, il continuo
annullarsi e riformarsi di visibili ed invisibili barriere di
inclusione ed esclusione, il mutare di ruolo e di senso di materiali
da tempo consolidati. Il nuovo sforzo descrittivo ha così contribuito
a costruire una distanza critica dall'oggetto indagato ed in ciò
risiede la sua importanza. Città e territorio sono allora apparsi
come percorsi da una numerosissima serie di tendenze, ciascuna
delle quali poteva trovare proprie ragionevoli spiegazioni, ma
l'insieme delle quali appariva anche sovrabbondante per spiegarne
il passato e costruirne il futuro.
Ciò che la consapevolezza del carattere sovra-determinato dei
fenomeni urbani ha prodotto è la necessità di esplorare con maggior
profondità di quanto sia abituale l'ampio spazio che, proprio
a causa della sovra-determinazione, si apre tra visioni finalistiche
ed esperienza quotidiana, tra ideologia e pragmatismo, tra concept
e progetto, ove ognuno di questi termini richiede non solo
di non essere rimosso, ma anche di essere assunto nelle sue dimensioni
più profonde. Essi non alludono infatti ad estremi dai quali distanziarsi,
ma divengono riferimenti ineludibili che perimetrano, differentemente
in ogni periodo storico, lo spazio dell'azione politica e progettuale.
Se una critica può essere mossa all'architettura ed all'urbanistica
degli anni recenti è quella di essersi posta su uno dei vertici
di questo poligono, a ridosso di un'esperienza quotidiana ridotta
alle pratiche più banali, od a ridosso delle sole procedure della
costruzione materiale del progetto, di una ideologia incapace
di raccordarsi alla realtà del movimento sociale o di un pragmatismo
ridotto a piccola cucina, gravemente assotigliando lo spessore
di ciascuno di questi termini e senza esplorare compiutamente
lo spazio in between.
Uno spazio che sempre più tende ad essere colmato da immagini
evasive e seduttive, ma immagini anche di un futuro possibile
o desiderato non sempre tra loro compatibili, che si accostano,
sovrappongono e mescolano facendo intravedere esiti diversi a
seconda che l'una delle tendenze che percorrono la città ed il
territorio riesca a prevalere sull'altra o con l'altra a combinarsi
in modi non totalmente scontati.
Scenario è termine polisemico e coprente, che ha assunto significati
diversi nella storia del teatro come in quella delle previsioni
meteorologiche. Usato spesso in modi approssimativi è divenuto
termine riferito ad un futuro annunciato, nel bene o nel male,
come possibile. Immerse e sovrastate da retoriche differenti,
promosse e fatte proprie da differenti costellazioni di attori,
costruite con procedure partecipative o tecnocratiche, alcune
di queste immagini hanno assunto i connotati di possibili punti
di fuga dal presente proposti in modi evasivi; altre quelli di
mere rappresentazioni di trends in atto; altre quelli di
percorsi argomentati e suggeriti a collettività più o meno vaste,
altre ancora hanno assunto i connotati di visions, di rappresentazioni
spesso allusive dell'insieme delle domande e dei desideri che
percorrono a diverse profondità la società; altre infine quelli
di veri e propri scenari, di tentativi cioè di indagare "cosa
succederebbe se…".
Se in un campo sovra-determinato di fenomeni, quale è appunto
quello delle trasformazioni urbane, si isolano alcuni aspetti
e ci interroga su cosa succederebbe se questi fenomeni giungessero
alle loro estreme o probabili conseguenze, si ottengono immagini
del futuro, scenari appunto, tra loro almeno parzialmente incompatibili
ed è proprio questo loro parziale antagonismo che li rende interessanti.
Non vi è alcuna procedura deduttiva che possa portare nelle società
contemporanee alla costruzione di una coerente politica della
città e del territorio, per quanto forti ne siano i punti di partenza.
L'unico terreno concretamente praticabile è quello della scelta
tra immagini antagoniste prodotte da soggetti sospinti da immaginari,
da presupposti riduttivi, da interessi e da retroterra culturali
tra loro parzialmente incompatibili. I principi solitamente affermati
nelle carte costitutive delle diverse società civili o, più modestamente,
nelle diverse "carte" localmente prodotte negli anni recenti delimitano
storicamente il campo dei conflitti di volta in volta ritenuti
legittimi. La costruzione di scenari rende tutto ciò evidente
ed, al contempo, rende la costruzione del progetto per la città
ed il territorio operazione profondamente diversa dal passato.
Non si tratta di un raffinamento metodologico, ma di un ribaltamento
epistemologico.
Un insieme di scenari può essere osservato almeno da tre diversi
punti di vista tra di loro inseparabili e che, per semplicità,
indicherò con termini che alludono alla dimensione della politica,
a quella della geografia ed a quella dell'architettura ove è evidente
che ciascuno di questi termini va inteso in senso lato; riferito,
il primo, all'insieme di relazioni, di alleanze e conflitti tra
popolazioni, economie, culture ed istituzioni; il secondo, agli
aspetti spaziali di queste stesse relazioni, al loro incrociare
e produrre specifiche costellazioni di materiali dotati di una
propria differente inerzia ed il terzo, alla natura concreta dell'insieme
di materiali che le stesse relazioni utilizzano e costruiscono.
Tra le tre diverse dimensioni cui mi riferisco non intercorre
alcuna possibile separazione né alcuna relazione gerarchica o
cronologica. Alcuni esempi molto semplici nella loro crudezza
possono aiutare a comprendere ed approfondire alcune delle questioni
implicate da questa posizione.
Molti osservatori hanno notato che la trasformazione della città
e del territorio europeo si accompagna anche ad evidenti fenomeni
di inclusione ed esclusione, oggetto in alcuni casi di accurate
descrizioni letterarie, filmiche e statistiche, costruendo un
terreno di confronto e scontro politico destinato probabilmente
a divenire sempre più evidente. Una sorta di grande azzonamento
funzionale, sociale ed istituzionale sta producendo ad una scala
regionale e continentale la formazione di aree di diversa dimensione
di fatto appropriate da specifici gruppi di popolazione o da specifiche
attività; una sorta di patchwork che costruisce tra popolazioni
ed attività nuove relazioni, nuove distinzioni e nuovi milieux
culturali. Ciò costruisce una nuova geografia urbana, nuovi
materiali, nuove architetture e paesaggi. Alcune delle tendenze
in atto, ad esempio la dispersione, possono essere interpretate
come esito di processi di inclusione/esclusione o come opportunità
offerte a questi processi di dispiegarsi in modo compiuto. Cosa
succederebbe se questi stessi processi assumessero le dimensioni
ed i caratteri descritti da Gerald E. Frug osservando l'esperienza
statunitense? o sono questi caratteri promossi da attori, le associazioni
di proprietari, di fatto assenti nell'esperienza europea? ma non
si muovono nella stessa direzione il progressivo smantellamento
del welfare state e la progressiva privatizzazione di fondamentali
servizi pubblici? non corrisponde questa progressiva riduzione
dello spazio del pubblico anche ad una progressiva riduzione e
marginalizzazione dell'area del politico i cui esiti sono sotto
gli occhi di tutti?
Molti osservatori hanno anche e finalmente notato che frammentazione
e dispersione non sono fenomeni che riguardino il limitato campione
di regioni italiane inizialmente studiate, ma che si estendono
su buona parte del continente. La dispersione ha inizialmente
costruito due ridicoli partiti: quello di chi era contro e quello,
piuttosto immaginario, di chi era a favore, in realtà di chi faceva
osservare la dimensione e pervasività del fenomeno. Pochi si sono
posti la domanda: cosa succederebbe se il fenomeno proseguisse
e raggiungesse dimensioni estreme? dove sta, allo stato delle
tecniche, delle relazioni economiche, delle culture, degli immaginari
e dei comportamenti prevalenti ivi compresi quelli politici, il
suo limite? cosa ne sarebbe della porosità, fisica, economica
e sociale che, attraverso le dismissioni, si viene a costruire
entro la città consolidata? quale nuovo territorio, quali nuove
forme urbane si verrebbero a formare, come vi si muoverebbero
i diversi soggetti? quali domande e loro ordinamento costruirebbero?
Cercare di dare una risposta a questi interrogativi implica la
messa in chiaro di molte condizioni e di molte ipotesi; costringe
a dire entro quali condizioni alcune affermazioni possono essere
ragionevoli ed entro quali procedure alcune proposte possono inverarsi.
Costringe ogni progetto ad uscire dal recinto ben protetto di
un'ineffabile saggezza privata per dire con quali aspetti delle
trasformazioni urbane, con quali aspetti delle trasformazioni
sociali e dell'economia con quali attori e destinatari si confronta
e come concretamente cerca di incrociarli. Forse arriviamo troppo
tardi ed al contempo troppo presto per dire queste cose. Troppo
tardi perché le tendenze cui mi riferisco hanno avuto il tempo
di trasformare radicalmente la scena, troppo presto perché le
nostre idee nei confronti dell'intero processo di trasformazione
sono ancora troppo poco chiare come quelle di molti personaggi
di Musil e come molti di loro continuiamo ad occuparci di azioni
parallele.
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