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Dall'inizio degli anni '80 molti di noi hanno cominciato a percorrere
nuovamente la città ed il territorio ed a descriverli. E' stata
un'avventura inizialmente guardata con sospetto cui hanno partecipato,
tra loro intersecandosi sino a confondersi, sguardi differenti
e sempre più numerosi: quelli dell'architetto, del fotografo,
del cineasta e di molti altri artisti e studiosi. Un'avventura
che ha mostrato come città e territorio non potessero più essere
racchiusi nelle parole, nei concetti e nelle teorie che la tradizione
ci aveva consegnato; come tanto meno il loro mutamento potesse
essere guidato, eventualmente progettato con gli abituali strumenti
dell'urbanistica europea. Un'avventura che ha privilegiato lo
sguardo, il vedere da vicino, l'osservazione dell'ordinario, che
ha fatto cogliere le differenze che attraversano le pratiche del
quotidiano, che ha posto in evidenza le specificità del locale
ed ha prodotto un universo di immagini per qualche verso stupefacente.
Eravamo in ritardo; la letteratura ed il cinema, per fare solo
due esempi, da lungo tempo percorrevano quella stessa strada.
Negli stessi anni l'attenzione di molti si concentrava su un insieme
di fenomeni che investivano in maniera globale le economie, le
società ed i territori europei. Esse davano luogo a nuove relazioni
tra le città ed i territori, a nuove geografie, a nuovi usi dello
spazio che si rappresentavano in scenari seducenti e fortemente
contrastati. Le città, tra di loro in competizione, cercavano
politiche che consentissero loro di porsi in una posizione favorevole
entro mercati percepiti come imprevedibili perché in rapida evoluzione
ed in questa ricerca ricorrevano strumentalmente all'architettura
ed all'urbanistica per veicolare significati e valori che contrastavano
spesso con la loro storia, ma soprattutto con ciò che gran parte
delle loro popolazioni attendevano.
Descrivere puntigliosamente la città ed il territorio appariva
come un modo per mettere in luce una moltitudine di pratiche e
di usi, da quelli più radicati nei luoghi a quelli più nuovi e
sorprendenti, da quelli più pervasivi a quelli caratteristici
di ristretti gruppi generazionali, professionali o culturali,
che sembravano opporre resistenza all'uniformità di comportamenti
e valori proposta dalla potenza dei media ed incorporata nella
maggior parte dei beni di consumo. Ma d'altra parte appariva evidente
a tutti come gli stessi comportamenti e valori riuscissero ad
infiltrarsi, a percolare entro le pieghe dell'ordinario e come
nessun luogo, nessun gruppo sociale, nessun soggetto potesse dirsene
totalmente immune.
Questi due campi fenomenici sono bene illustrati, anche se in
modo asimmetrico, nella mostra che Stefano Boeri ha costruito
dapprima a Bordeaux e poi alla Triennale di Milano e che ha intitolato
all'incertezza. Tra i due livelli della realtà messi in evidenza
da tante ricerche degli ultimi venti anni, in between,
c'è il vuoto; un'assenza di proposte politiche e di azioni pertinenti
ed efficaci che genera appunto incertezza e che alcuni ritengono
di poter riempire con una vuota quanto rumorosa retorica del progetto.
Il vuoto lasciato nella mostra della Triennale vuole essere un'implicita
denuncia di una retorica che copre tante idee mediocri.
Prima o poi però questo stesso vuoto dovrà essere colmato perché
esso è indice di un forte distacco tra i comportamenti e le dinamiche
dei mercati e delle istituzioni ed i comportamenti, i desideri
e gli immaginari di gran parte delle popolazioni europee; un distacco
che il riformismo europeo cui l'urbanistica si è sempre ispirata
sta pagando in termini politici forse troppo duramente.
Se si osserva con calma cosa è stato proposto negli ultimi decenni
per la città europea ci si rende conto che ogni progetto ed ogni
discorso può essere ricondotto a due posizioni fondamentali, entrambe
a mio avviso nei fatti deludenti. La prima ha ritenuto di potersi
disfare di ogni visione comprehensive, di ogni piano, di
ogni progetto della città, dell'urbanistica e di poter costruire
un legame tra i due livelli della realtà con una politica di renovatio
urbis, di progetti puntuali e limitati, di architetture che
colonizzino il proprio intorno conferendogli nuovi significati,
ruoli e funzioni. I limiti di questa posizione, a parte il suo
eroismo spesso privo di humour, stanno, a mio avviso, nell'essersi
lasciata troppo affascinare dai grandi esempi del passato prendendovi
coraggio, nel non aver compreso la scala del fenomeno urbano contemporaneo,
il suo dilatarsi e diluirsi in un contesto sempre più disperso
e sempre meno reattivo al singolo fatto urbano, così come imprendibili
ed invisibili sono oggi il potere e le sue tecniche di auto-rappresentazione.
La conseguenza è stata il ritrarsi spesso dell'architettura entro
occasioni costruite a ridosso di specifici attori individuali
o collettivi, di aver coltivato un'auto-referenzialità incomprensibile
alla maggior parte dei cittadini, di aver rinunciato a svolgere
un sia pur cauto ruolo sociale.
La seconda posizione, sostanzialmente insofferente della discontinuità
temporale e spaziale, ha invece ritenuto, non senza motivo, che
la città tra diciottesimo e diciannovesimo secolo fosse uno dei
migliori prodotti della cultura europea, conseguente ad un lungo
processo di decantazione di materiali, grammatiche, sintassi e
forme lungo il quale il continente ed ogni sua regione avevano
maturato una propria chiara identità sociale e figurativa. Per
questo ha considerato quei materiali, quelle grammatiche, sintassi
e forme come la condizione "normale" della città e ne ha riproposto,
seppur con mille variazioni, un ritorno alla logica costruttiva:
grandi isolati, maillage, moderata gerarchia dei tracciati
stradali, ripetizione di materiali urbani ben collaudati: il cours,
il boulevard, la rambla, l'esplanade, etc.
Questa posizione ha così rifiutato di prendere in considerazione
le discontinuità prodotte dal diverso ritmo con il quale società,
economia e territorio evolvono, l'insieme di linee di faglia che
di conseguenza percorrono il territorio e la società contemporanea;
ha rinunciato a farle divenire materiali di un nuovo progetto.
L'una e l'altra posizione ovviamente, ma per opposte ragioni,
hanno considerano spazzatura la "città diffusa" cioè il campo
che non riuscivano a dominare, nel quale l'eroismo progettuale
diveniva gesto inutile e la devianza dalle buone maniere diveniva
la regola. La devastante risposta di gran parte della popolazione
europea ad una città e ad istituzioni che non prendevano in considerazione
il mutamento delle loro pratiche ordinarie, delle loro domande,
dei loro desideri e dei loro immaginari, ha portato entrambe le
posizioni a non considerare la possibilità di forme insediative
diverse dalla metropoli e dai reticoli urbani gerarchicamente
organizzati; ha impedito loro di cogliere che forme diverse di
territori diffusamente abitati sono, nella storia del territorio
europeo, assai più frequenti di quanto si sospetti.
Valutare situazioni e condizioni entro le quali queste due posizioni
hanno avuto successo od hanno fallito nei propri scopi è del massimo
interesse; se non altro per capire che il grosso del problema
sta altrove e cioè nel silenzio oramai più che trentennale di
un comprensibile programma riformista e nell'urgenza di una sua
ricostruzione.
Una questione a me sembra debba essere posta al centro di questa
ricostruzione, almeno per quanto riguarda le politiche della città
e del territorio; politiche peraltro che, entro lo stesso programma,
considero centrali. La questione non è nuova, anzi, ma nuovo e
più chiaro ne appare forse oggi il colore. Essa riguarda il rischio,
che è l'altra faccia dell'innovazione; le diverse dimensioni del
rischio e le diverse dimensioni dell'innovazione; un rischio che
è tanto più percepito come incombente, quanto più il contesto
evolve rapidamente spingendo verso comportamenti produttivi e
di consumo, verso stili di vita e relazioni sociali percepite
come innovativi; quanto più l'innovazione dà luogo a sempre più
evidenti asimmetrie nella distribuzione del potere e delle risorse
che esso riesce a mobilitare.
I programmi riformisti del passato avevano considerato la difesa
dal rischio una questione pubblica; con qualche successo avevano
costruito un'etica pubblica che assegnava allo Stato la proposta
e la gestione di misure tese ad attenuarne se non eliminarne le
forme più gravi: si trattasse del rischio di una carestia o di
una aggressione, come di quello idro-geologico, della disoccupazione
o della malattia. Ciò ha dato luogo alla fine, almeno in Europa,
a due declinazioni fondamentali del programma riformista che,
per usare le parole di Michele Salvati, possono essere indicate
come il modello "mediterraneo", fondato su trasferimenti monetari
tra parti della società accuratamente perimetrate e come il modello
"nordico", fondato sulla fornitura generalizzata da parte dello
Stato di beni e servizi reali finanziati dalle imposte. Il secondo
modello ha posto come noto la città ed il territorio, nei loro
diversi aspetti, al centro dell'attenzione molto più del primo,
ma entrambi hanno portato a dividere lo spazio della città ed
i comportamenti delle popolazioni che la abitano in spazi e comportamenti
privati, da una parte e spazi e comportamenti pubblici, dall'altra.
Entrambe le versioni di questo programma trovano oggi seri ostacoli
nella frammentazione della società, dell'economia e della città
e nel venire meno di un'etica pubblica condivisa. Ciò che oggi
appare evidente e praticabile è una forte graduazione della condivisione;
la costruzione di sequenze che da comportamenti e spazi cui corrisponde
un minimo di condivisione giungano ad investire spazi e comportamenti
condivisi più ampiamente, anche se forse mai totalmente e definitivamente.
La società urbana contemporanea vive in between, in uno
stato di perenne oscillazione tra differenti gradi di condivisione
e questa continua oscillazione dei termini e dei limiti della
condivisione di comportamenti, di pratiche e spazi, di valori
e di immaginari sembra a me implicare un ripensamento generale
del progetto della città. Solo quando tra le pratiche momentanee
di ogni individuo e gruppo ed il grado di condivisione degli spazi
di volta in volta investiti vi fosse un sufficiente grado di coerenza
potremmo dire di aver contrastato i rischi che connotano la nostra
epoca. Il tema, che non può essere ridotto alla difesa del ruolo
pubblico od alla privatizzazione di ogni attività e luogo, appare
a me assai più complesso di quanto non abbiano sinora inteso le
due posizioni che ho prima richiamato, ma le descrizioni degli
anni passati possono aiutarci ad affrontarlo.
Ma il programma riformista trova oggi un ostacolo anche nell'idea
che un eccesso di attenzione al rischio impedisca di fatto l'innovazione
o, se si vuole, nell'idea che le asimmetrie generino competizione
e questa generi a sua volta innovazione. Il mondo contemporaneo
sembra ossessionato dall'innovazione e per questo è disposto a
sottovalutare il rischio.
Chi osservi la storia della città europea deve anche convenire
che i secoli passati sono stati assai più generosi con la città
ed il territorio, che l'investimento nella costruzione delle sue
fondamentali infrastrutture, dell'insieme di dispositivi che consentivano
cioè, entro le diverse condizioni storiche, il processo di riproduzione
sociale, è stato in passato assai più consistente di quanto non
sia stato nel ventesimo secolo e soprattutto nella sua parte terminale;
che lo stesso investimento più che la conseguenza è stato spesso
il motore del progresso tecnico e di fondamentali innovazioni.
Questione che non deve essere ridotta: erano infrastrutture, nel
senso con il quale uso il termine, i luoghi ed i monumenti della
"magnificenza civile", quanto i canali, le dighe, le ferrovie,
le strade e le bonifiche, i teatri, i boulevards, ed i
quartieri di edilizia popolare, gli ospedali e gli orfanotrofi,
i parchi ed i giardini pubblici. Con la loro costruzione non sono
stati solo prodotti manufatti della massima importanza, ma è stata
organizzata la produzione di interi settori, sono stati selezionati
operatori, sono state ridefinite intere aree tecniche e disciplinari.
E' attraverso questi investimenti e la lunga valutazione critica
dei loro risultati che è stata incrementalmente costruita l'etica
pubblica cui ho fatto prima riferimento. Gli ultimi decenni del
ventesimo secolo hanno visto ingenti risorse riversarsi sulla
città ed il territorio, ma entro programmi differenti, i risultati
ed il punto di fuga dei quali appaiono oggi più chiari. Il progresso
tecnico ha ora il proprio motore in altri campi: nell'ingegneria
della vita e della morte.
Eppure la città contemporanea, proprio grazie alla varietà delle
sue situazioni offre occasioni e stimoli formidabili al progresso
tecnico; dalle tecniche atte ad affrontare le prossime crisi energetiche,
a quelle della mobilità e comunicazione ed a quelle di controllo
ambientale. Le soluzioni che a queste questioni verranno date
nel prossimo futuro avranno profonde conseguenze sulla città ed
il territorio.
Da una riflessione che eviti le retoriche tecnologiche quanto
quelle conservatrici e che sappia correttamente affrontare il
tema di un'articolata e flessibile condivisione degli spazi e
dei luoghi queste stesse soluzioni potrebbero essere correttamente
indirizzate a congiungersi con un serio programma riformista.
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