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Vita e morte delle grandi città
Saggio sulle metropoli americane
(The death and life of great american cities, 1961)
Jane Jacobs
Prefazione di Carlo Olmo
Traduzione di Giuseppe Scattone
Edizioni di Comunità, Torino, 2000
pp.448, euro 28,41
ISBN 88-24-50577-5
Formato 15,5x21,5 cm
Web: http://www.comunita.einaudi.it
Informazioni per l'acquisto
http://www.ita-bol.com/bol/main.jsp?action=bolscheda&ean=978882450577&referrer=edcitein001
Recensione
di Andrea Di Giovanni
Jane Jacobs considerava Vita e morte delle grandi città
"un attacco contro gli attuali metodi di pianificazione e ristrutturazione
urbanistica" delle città. Impostosi all'attenzione per
la radicalità dell'atteggiamento intellettuale e lo stile
aggressivo e scarno della sua autrice, il libro ha acceso il dibattito
fra gli "addetti ai lavori" sin dalla prima uscita nel
1961. I suoi più accaniti detrattori (schierati tra le fila
del professionismo americano), criticandone lo stile "too personal,
too belligerant"1, riconoscevano tuttavia che "un libro
con qualcosa di nuovo è molto più utile di uno solo
corretto formalmente". Oggi, a quarant'anni di distanza dalla
sua uscita, Vita e morte delle grandi città è ancora
in qualche misura un libro con "qualcosa di nuovo", l'attualità
e l'utilità del quale risiedono probabilmente nella rilevanza
attribuita alle relazioni informali rispetto ai meccanismi di strutturazione
e funzionamento del sistema economico e sociale in contesti altamente
organizzati, quali sono tipicamente quelli delle grandi città.
Forse, però, la categoria odierna di capitale sociale - suggerita
dalla prefazione di Carlo Olmo alla recente riedizione italiana
- non è la sola utile e pertinente per rileggere il libro
della Jacobs, percorso in realtà anche da una cospicua riflessione
sui modi controversi ed irrisolti di abitare nelle grandi città.
In questa prospettiva l'autrice sembra dedicare una attenzione specifica
alle dinamiche complesse ed articolate di relazione dell'individuo
con lo spazio fisico e con la società locale di cui è
parte, lasciando trasparire dai passaggi della ricerca empirica
la rilevanza problematica di alcune questioni apparentemente banali
(forse perché sostanzialmente banalizzate dalle pratiche
urbanistiche) relative per esempio alla individuazione della geografia,
dei confini e della natura delle suddette relazioni.
La capacità di Jane Jacobs di restituire la dimensione teorica
- incerta e problematica - di una ricerca condotta in chiave empirica
e spuria, a cavallo di modi di operare e tradizioni disciplinari
consolidate, fa di Vita e morte delle grandi città
un testo di rilevanza formativa oltre che un fondamentale saggio
critico.
Il riconoscimento di alcuni principali nodi tematici e linee di
riflessione induce a riflettere sulla genesi remota di questo testo
e sulle vicende personali dell'autrice, che dalla metà degli
anni Cinquanta si impegna in una fitta serie di resoconti sulle
città e di battaglie sociali durante le quali si costituiscono
le idee e i "bersagli simbolici" di questo lavoro. Oggi,
invece, la ripubblicazione di Vita e morte delle grandi città
da parte delle Edizioni di Comunità si carica di significati
che vanno oltre quelli consueti legati alla riedizione di un classico
della sociologia, attribuendo una specifica rilevanza ed attualità
alle tensioni ed alle esperienze comunitarie che l'autrice vive
in prima persona ed attraverso le quali prende forma progressivamente
questo libro. In esso convergono (con singolari assonanze rispetto
alla nostra epoca) l'indagine, l'azione politica ed i risultati
di una intensa attività editoriale, rimanendo peraltro evidenti
le tracce di conflitti personali e legami formativi. La passione
interiore per la salvaguardia dei diritti di cittadinanza la induce
ad una sfida alla burocrazia che si esprime particolarmente in un
atteggiamento scettico, sfiduciato, ma soprattutto polemico, nei
confronti della pianificazione urbanistica concepita come definizione
deterministica di assetti fisici e stili di vita, chiusa in una
sorta di esercizio intellettualistico viziato da utopismo ed incapace
di comprendere la natura reale dei processi di interazione fra l'uomo
ed il suo ambiente di vita fisico e sociale. Il lavoro appassionato
di Jane Jacobs, allora, è dedicato ad una città che
appare priva di cura, oggetto di concettualizzazione e di interventi
sconsiderati da parte di una devastante "ortodossia urbanistica".
Le critiche mosse all'urbanistica sono relative soprattutto a tre
ordini di ragioni. In primo luogo, la difficoltà dell'urbanistica
a produrre uno sguardo fertile e pertinente sulla città:
l'evidente incapacità dei tecnici di osservare la città
comprendendone le ragioni degli assetti e la natura delle dinamiche,
dovuta a codici operativi che condizionano l'agire e lo sguardo
dei pianificatori sulla città, impedisce una visione ricca
e consapevole della complessità degli organismi urbani. Per
questo motivo l'urbanistica continua a muoversi tra formulazioni
teoriche ed approcci tecnici, perdendo il contatto con la realtà
dei fenomeni. In secondo luogo, il carattere fondamentalmente prescrittivo
dell'urbanistica tende a predeterminare gli assetti fisici dello
spazio e la vita delle comunità negandone le fondamentali
capacità di auto-organizzazione che, invece, l'osservazione
dei diversi contesti dimostra esistere. Infine, il carattere "dogmatico"
dei modelli disciplinari agisce in maniera pregiudiziale e pregiudizievole
nei confronti delle città, frantumando gli equilibri locali
preesistenti e cancellando i legami esistenti fra la popolazione
e fra questa ed i luoghi che abita.
L'urbanistica dimostra pertanto di organizzarsi e di procedere rispetto
a "modelli", che di volta in volta assumono il significato
di miti e luoghi comuni: il verde come panacea e l'automobile come
causa di tutti mali; le visioni anti-urbane dell'urbanistica moderna
sistematicamente ostili alle grandi città (descritte come
realtà catastrofiche che nemmeno vale la pena di comprendere);
l'isolato come elemento fondamentale del progetto di architettura
urbana in opposizione alla strada; ecc. Soprattutto, però,
l'urbanistica sembra mancare di capacità autoriflessive e
di accumulazione del sapere disciplinare: da sempre, secondo la
Jacobs, gli urbanisti "hanno trascurato lo studio dei successi
e dei fallimenti riscontrabili nella vita reale, né si sono
chiesti quali fossero le ragioni dei successi inattesi". La
critica della Jacobs, pertanto, non riguarda un presunto deficit
conoscitivo e culturale degli urbanisti, ma piuttosto - e più
gravemente - sottolinea i limiti del paradigma disciplinare.
La posizione dell'autrice, esterna alla comunità degli urbanisti,
giustifica tuttavia il suo debole interesse per l'analisi dei provvedimenti
urbanistici; la sua passione per le grandi città riguarda
soprattutto "la vitalità dell'esperienza urbana",
nel tentativo di "cercare di capire il complesso ordine sociale
ed economico che esiste sotto l'apparente disordine sociale delle
città". L'interesse per il reale funzionamento della
vita sociale nelle città conduce quindi l'autrice a porsi
alcuni interrogativi (quali specie di strade urbane sono sicure
e quali no? perché certi parchi sono meravigliosi ed altri
non lo sono? perché certi slums rimangono tali ed altri riescono
a rinnovarsi spontaneamente? quali sono le ragioni dello spostamento
del centro delle città? che cos'è un vicinato urbano
e quali funzioni svolge nella città?), domande che formula
ed a cui risponde usando la medesima strategia: l'osservazione diretta
e la ricerca empirica, fortemente a contatto con le realtà
che prende in esame.
In questo modo, dunque, Jane Jacobs riconosce nei diversi contesti
specificità e vitalità delle esperienze urbane. Gli
esempi e i riferimenti a situazioni reali sono numerosi e riferiti
soprattutto alla città di New York, in cui la sociologa vive;
tuttavia l'insieme delle idee contenute nel libro rappresenta piuttosto
il risultato di indagini svolte in molte altre città americane,
nel tentativo dichiarato di uscire dall'abitudine a vedere per imparare
ad osservare e comparare cose e situazioni.
La fertilità del percorso di ricerca della Jacobs è
documentato dalla consistente mole di considerazioni ed argomenti
proposti al lettore. Per citarne solamente alcuni: il rapporto fra
tutela dello spazio urbano e ghettizzazione; il rapporto fra coesione
sociale ed esclusione degli estranei; il rapporto fra partecipazione
alla sfera pubblica e privacy; i concetti di "mixed uses",
"zoning for diversity" e controllo sociale sotto forma
di vita pubblica nelle strade ("eyes on the street") come
condizioni essenziali del "defensible space"; le considerazioni
sulle forme di socialità nei diversi contesti e sulle modalità,
le finalità e i requisiti della vita in pubblico e di quella
condotta in privato.
Da questi argomenti, tuttavia, emerge implicitamente l'idea di una
urbanistica necessaria, intesa come pratica orientata alla costruzione
di relazioni fra parti di città e fra città e società,
il cui esito non può che essere una estetica urbana che sostenga
l'associazione indissolubile - ma non per questo imperscrutabile
- tra forme e funzioni.
I temi, le riflessioni e le esperienze dell'autrice trovano nel
libro una organizzazione logica ed espositiva che inverte i tradizionali
percorsi dell'urbanistica, partendo cioè dalla misura delle
relazioni umane e dalla considerazione del funzionamento concreto
delle città (suffragata dai dati acquisiti dalla ricerca
empirica e dalla osservazione diretta dei contesti) per verificare
le teorie e gli approcci disciplinari dell'urbanistica alla città
stessa. Nelle quattro parti di cui si compone il libro, dunque,
vengono presi in considerazione dapprima il comportamento sociale
degli abitanti e il funzionamento economico delle città.
Nella terza e nella quarta parte vengono illustrarti rispettivamente
alcuni esempi di processi di decadenza e di rigenerazione urbana,
insieme ad alcune proposte di modificazione delle tecniche di progettazione
architettonica ed urbanistica.
Lo stile sempre descrittivo (e mai prescrittivo, coerentemente con
le critiche mosse all'urbanistica) consente all'autrice di mantenere
una posizione da osservatore esterno, rivendicata come condizione
necessaria per cogliere la natura e il significato dei fenomeni
reali. Lo stile espositivo, quasi naïf, si rivela fertile ed
in alcuni casi persino disincantato nella lucidità e lungimiranza
con cui osserva, registra e prefigura scenari che ci sono concretamente
contemporanei.
Indice
Prefazione di Carlo Olmo
VITA E MORTE DELLE GRANDI CITTÀ
Introduzione
PARTE PRIMA. La natura specifica delle città
Le funzioni dei marciapiedi: la sicurezza
Le funzioni dei marciapiedi: i contatti urbani
Le funzioni dei marciapiedi: l'assimilazione dei ragazzi
Le funzioni dei parchi di quartiere
Le funzioni dei vicinati urbani
PARTE SECONDA. Le condizioni della diversità urbana
I generatori di diversità
La necessità della mescolanza di funzioni primarie
La necessità di isolati piccoli
La necessità di edifici vecchi
La necessità di concentrazione
Alcuni miti a proposito della diversità
PARTE TERZA. Fattori di decadenza e di rigenerazione
L'autodistruzione della diversità
La piaga dei "vuoti di confine"
La formazione e l'autorisanamento degli slums
Credito graduale e credito cataclismico
PARTE QUARTA. Nuove tattiche d'intervento
Il sovvenzionamento dell'edilizia residenziale
Erosione della città o eliminazione dell'automobile
L'ordine visuale urbano: suoi limiti e possibilità
Il recupero dei complessi edilizi
L'amministrazione e l'organizzazione dei distretti urbani
La natura dei problemi urbani
Ringraziamenti
Indice dei nomi
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