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Annalisa Marinelli
Etica della cura e progetto
Liguori Editore, Napoli, 2002
180 pagine - Euro 14,50
Web: http://www.liguori.it/
Informazioni per l'acquisto
http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=3156
Presentazione
"Cura": l'anello di congiunzione tra qualità
e welfare
Quando nel 1997 scrivevo la tesi che poi è diventata questo
libro, la fortuna del welfare era in caduta verticale. Sembrava
allora ancora più fuori luogo il parlare di "ethic of
care" in relazione al progetto architettonico e alla città.
Eppure era proprio nell'estraneità delle politiche di welfare,
tradizionalemente adottate, al modello etico della cura (nel senso
di "prendersi cura di -", "avere cura") che
si poteva leggere una delle maggiori cause del loro declino.
Intanto va precisato in quale accezione ho utilizzato la parola
"etica" in relazione alla "cura": entrambe si
riferiscono a un agire e a un agire politico. La parola "etica"
deriva da un'antica parola greca che porta in sé e il significato
di comportamento, di azione; un'azione collegata al bene comune
e, anche se nel frattempo ne è stata accentuata la caratteristica
morale, è interessante che non si sia mai separato il suo
senso dall'azione. Quindi non un bene astratto ma un bene che è
legato all'agire e dunque vicino al corpo vivente, vicino alla parola
cura.
La parola "cura" è ricca di significati a volte
controversi: se da un lato vuol dire lavoro fatto con perizia e
impegno, dall'altro significa anche affanno, preoccupazione; cura
è quel valore aggiunto all'azione che fa "tremare e
luccicare l'anima", parafrasando Nietzsche, rendendo l'agire
buono, di qualità.
Nel dibattito disciplinare degli ultimi mesi si ricomincia a parlare
di welfare indagandone nuovi modelli, nuove letture e cercandone
il legame con la "qualità". Ma l'anello di congiunzione
tra "qualità" e "welfare" è esattamente
la cura.
Sono convinta che una riflessione più approfondita sul tema
della cura possa aiutare a ridisegnare la strada che conduce verso
uno sviluppo di qualità della città e del territorio
e mi auguro che il mio libro possa essere un contributo a tale riflessione.
Il modello della cura come strategia di governo della complessità
Visto più da vicino, il mondo di significati che il termine
cura suggerisce, costituisce un vero e proprio modello comportamentale,
un differente paradigma del pensiero, un'etica. Il suo modello più
proprio, forse il più consueto, ma sicuramente il più
forte, è quello del lavoro di cura, cioè di quell'insieme
di attività svolto prevalentemente dalle donne in casa e
in famiglia, che nel mio libro ho definito "intelligenza domestica".
Non deve stupire l'associazione tra città e una pratica così
intima qual è quella della cura. Già Platone sosteneva
che insegnare ad avere cura di sé significava insegnare a
occuparsi della polis, ad assumersi la responsabilità della
vita sociale e politica della città.
Dall'esperienza dell'intelligenza domestica è possibile tradurre
un codice, una sintassi che può uscire dalle case e proporsi
come una competenza femminile sul mondo. Questa competenza, accessibile
a tutti, uomini e donne, si può applicare nel lavoro (cosiddetto
"produttivo"), nella politica, nel governo delle cose,
nella pianificazione, nelle relazioni, nei progetti.
Il declino delle politiche di welfare è in parte attribuibile
alla loro estraneità, al loro analfabetismo rispetto al codice
della cura. Quanto maggiore è la distanza che ha separato
le strategie di welfare da una cultura di cura, tanto maggiore è
il fallimento di quelle politiche, di quei servizi, di quelle "armature
urbane" e di quella cultura pubblica. Lo dimostra, per contrasto,
la loro tenuta nei paesi scandinavi dove, seppure il ruolo della
mano pubblica si stia ridimensionando da diversi anni, questo non
ha incrinato la radicata cultura di servizio costruita in tanto
tempo, e la pratica di "cura" del cittadino è tangibile
in ogni angolo del territorio.
È pertanto utile studiare questo codice e acquisirne gli
strumenti.
È parere concorde che l'ordine che ha descritto fin qui
il mondo, non sia più capace di restituire la complessità
del nostro tempo ed è nei vari abbozzi di risposta a questa
contemporanea incapacità che si differenziano le molteplici
posizioni sul tema. Se, infatti, la complessità è
la chiave comunemente adottata per la lettura delle spazialità
e delle temporalità della condizione contemporanea, sulle
strategie di azione non c'è altrettanto accordo.
Spesso la complessità diventa alibi per un agire irresponsabile
in cui la perdita degli Scopi Ultimi (quelli con le maiuscole) e
l'acquisita consapevolezza dell'impossibilità di controllare
gli infiniti contraccolpi del proprio agire, avallano l'incuria
anche per l'immediato contesto, l'oblio della memoria, la chiusura
nella sicurezza (che vuol dire sine-cura, cioè assenza di
cura ).
All'opposto, è diffuso anche il richiamo alla responsabilità,
ma nelle differenti declinazioni di questa parola si nascondono
visioni a volte opposte.
Quando "responsabilità" richiama ancora l'ordine
patriarcale e gerarchico del farsi carico di -, la sua invocazione
si traduce spesso nella ricerca di modelli sempre più sofisticati
di controllo della complessità all'inseguimento dell'infinito
calcolo delle sue variabili e ancora nella ricerca della si-curezza.
In un altro verso va invece la ricerca di differenti aperture di
senso per "l'agire responsabile": Gianni Vattimo, per
esempio, afferma che nell'etica di un diverso linguaggio inteso
come ascolto, apertura, comunicazione, la responsabilità
può assumere il senso di rispondere-a piuttosto che di rispondere-di
.
Proprio in questo punto si fa largo l'idea di etica della cura,
come ho voluto chiamarla io : un modello di azione che contiene
caratteristiche, procedure, prassi, tecniche e temporalità
particolarmente adatte ed efficaci nella lettura e nella gestione
della complessità.
Il codice della cura
Cercherò di illustrare alcune tra le più importanti
caratteristiche di questo codice a partire proprio dalla gestione
della complessità e dell'imprevisto.
In casa ci si trova ad avere a che fare con un sistema nel quale
si giocano competenze molto diverse tra loro. Il curriculum vitae
di una casalinga spazia da competenze di tipo economico (si dice,
infatti, economia domestica) a saperi di pedagogia o medicina, si
praticano contemporaneamente tecniche artigianali vecchie quanto
il mondo e tecnologie più innovative che ormai riempiono
le case, si produce linguaggio (la lingua madre), cibo, beni affettivi,
memoria.
Questa politcnìa, già di per sé complessa,
viene poi gestita non secondo procedure standard, prestabilite e
consolidate, ma secondo temporalità molteplici nelle quali
i frequenti imprevisti ridisegnano di continuo la scala delle priorità.
La cura è la scienza dell'occasione, come dice Ida Faré,
la carezza a un bambino, la parola di conforto, la medicina, vanno
dati in quel preciso momento oppure non solo non sono più
utili, ma possono addirittura fare danno.
Questa flessibilità estrema ha come guida nell'agire il senso
di responsabilità che scaturisce dalla fedeltà all'esperienza
e dalla profonda cognizione del contesto e quindi dal sapersi mettere
in relazione con l'ambiente, i materiali disponibili, i tempi e
i corpi degli altri con i quali si interagisce.
Altra caratteristica dell'agire con cura si può definire
del "rapporto con l'effimero". Nel lavoro di cura, infatti,
non si producono oggetti durevoli, ma relazioni, cibo, gesti, linguaggio
insomma, beni che si consumano; per questo lo slogan delle casalinghe
è "tanto lavoro per nulla".
La gratificazione in questo tipo di lavoro non nasce dalla produzione
di un oggetto, ma dallo svolgersi stesso dell'azione di cura; l'accento
si sposta dal valore dato alla mediazione dell'oggetto al valore
della relazione tra i soggetti.
È proprio la relazione la matrice dalla quale si genera l'etica
della cura. Una relazione non gerarchica come nella tradizionale
(patriarcale) idea di responsabilità, ma asimmetrica, dinamica
nella quale la carta vincente è l'autorevolezza e non l'autoritarismo.
Nella relazione di cura le forze dei soggetti in gioco si alternano
di continuo. In questo senso va sottolineato che la cura non ha
niente a che vedere con la sdolcinata retorica sulla maternità.
La cura, infatti, è spesso conflitto, un corpo a corpo, un
confronto a volte anche duro di identità e libertà
contrapposte.
Agire con cura chiama in causa il senso della misura, il sapere
fermarsi in tempo: troppa cura è dannosa tanto quanto l'incuria,
le cronache sono piene di esempi di maternità che scivolano
nell'abnegazione e poi nel gesto disperato, ma senza spingersi troppo
in là, basti pensare a quanti figli sono rovinati dalle eccessive
cure materne.
Questa ambiguità è una caratteristica intrinseca della
cura tanto da apparire nella definizione stessa della parola. Aprendo
un dizionario, infatti, si può leggere che se da un lato
cura vuol dire attenzione, competenza, un'azione compiuta con impegno,
dall'altro significa anche affanno, preoccupazione.
Prendersi cura della città e del territorio
Riassumendo, il paradigma della cura si articola in: complessità,
flessibilità, gestione dell'imprevisto, senso di responsabilità,
capacità di ascolto e di adattamento al contesto, valorizzazione
della relazione, autorevolezza, senso della misura. Tutte insieme
queste caratteristiche costituiscono una formidabile attrezzatura
che nei secoli le donne si sono tramandate di madre in figlia. Oggi
questa sapienza può essere capitalizzata per diventare una
competenza spendibile anche in ambiti esterni alle mura domestiche.
Straordinari sono i benefici che l'adozione dell'etica della cura
potrebbe produrre nelle azioni sulla città e sul territorio.
Sono individuabili due livelli di interazione che sono un po' l'uno
conseguenza dell'altro.
Nel primo la cura è l'ordine simbolico che informa l'etica
professionale: il prodotto di questo piano di interazione è
un mutamento dell'ottica capace di ribaltare significati e scale
dei valori che sembravano stabili e acquisiti. Si pensi ad esempio
al potere dirompente che il rapporto con l'effimero, esperito nella
cura, può esercitare in una professione nella quale da sempre
è centrale il rapporto tra progettista e opera creata. Il
fascino dell'eterno che l'architetto subisce identificandosi nell'opera
che realizza, ha spesso fatto perdere di vista l'importanza delle
relazioni per le quali quello spazio viene concepito.
Su un diverso piano, più disciplinare, mettere a problema
i temi legati alla cura significa dare voce a intere parti della
realtà che normalmente non riusciamo a far parlare.
Nella pianificazione urbanistica la cura è solitamente vista
come uno degli aspetti del welfare e dei bisogni da soddisfare attraverso
le attrezzature urbane (e questo nei casi delle amministrazioni
più illuminate, laddove le necessità di cura non vengono
abbandonate totalmente sulle spalle delle famiglie). Il salto di
qualità è però possibile solo se la cura diviene
matrice delle azioni sulla città e sul territorio; in questo
caso le cose cambiano completamente aspetto.
Per fare un esempio torno ancora alla Scandinavia. La questione
dell'abitare in Svezia, dove "abitare" è un'esigenza
che va oltre la questione della casa e coinvolge la qualità
dello spazio urbano, è parte integrante delle politiche di
welfare. Le questioni legate dunque alle trasformazioni dello spazio
fisico delle città non trovano distinzione dalle azioni di
welfare. Diversa è l'esperienza italiana nella quale esistono
addirittura due distinti ministeri che governano separatamente i
due processi.
In una pianificazione sostenibile i problemi legati alla vita urbana
non possono essere affrontati come oggetti separati: la natura,
la tecnologia, i trasporti, i materiali, la produzione, il consumo,
la cura. Ciò che conta sono le relazioni tra questi nel rispetto
delle loro differenti nature e temporalità.
Meike Sitzner , nel suo interessante intervento al seminario Donne
e Città svoltosi a Napoli il 3 marzo scorso, sottolineando
la necessità di assumere un'ottica diversa nel governo del
territorio, esponeva un esempio illuminante.
Riportando dei dati riguardanti lo sviluppo sostenibile dei trasporti,
sosteneva che nel 1970 il settanta per cento dei bambini di sette
anni andava a scuola da solo, oggi lo fa solo il dieci per cento.
Questo vuol dire che l'aver migliorato l'efficienza dei trasporti
non ha significato migliorare l'autonomia di questa categoria di
cittadini e, di conseguenza, la qualità della vita delle
loro famiglie.
La qualità della vita dei cittadini è strettamente
connessa alla cura, ma questa, non essendo un'attività quantificabile
e monetizzabile, non entra a far parte degli input della pianificazione.
Occorre ricucire questa smagliatura e questo lo si può fare
solo assumendo la cura come matrice dell'agire professionale, un
paradigma efficace nella gestione della complessità. Perché
l'ingresso delle questioni legate alla cura dei cittadini tra gli
indicatori che strutturano studi, piani e programmi sulla città,
rende le cose molto più instabili, complesse, fluide ed è
quindi necessario modificare profondamente le strategie di governo.
Fintanto che non si compirà questo passaggio, lo scollamento
tra le buone intenzioni dei pianificatori e la reale felicità
dei cittadini continuerà a persistere.
Autrice
Annalisa Marinelli è nata nel 1970, si è laureata
in Architettura a Milano con una tesi elaborata all'interno della
comunità scientifica "Vanda - osare pensare la città
femmina". Ora vive a Roma, fa parte dell'associazione culturale
"La Casa di Eva" e sta svolgendo un dottorato in Tecnica
Urbanistica sui temi della riabilitazione urbana. Dell'approccio
di genere ama soprattutto lo scompiglio che la centralità
del corpo e il modello del quotidiano portano nelle prassi della
professione.
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