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Il controllo improbabile.
Progetti urbani, burocrazie, decisioni in una cittą capitale dell'Ottocento
di Filippo De Pieri
Publisher: Franco Angeli
Language: Italian
Paperback: 207 pages
ISBN: 88-464-6172-X
Prize: 22 €
Informazioni per l'acquisto:
http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?ID=12857&Tipo=Libro
Presentazione
di Francesco Gastaldi
Il nucleo originario di questo libro proviene dalla tesi elaborata
da Filippo De Pieri nell’ambito del dottorato in Storia dell’architettura
e dell’urbanistica svolto presso il Politecnico di Torino.
Il corpus principale del volume riguarda l’analisi degli equilibri
politici, economici e burocratici sottesi alla pianificazione della
città ottocentesca: in particolare in una città come
Torino, investita del ruolo di città simbolo del Regno sabaudo
e, successivamente, del Regno d’Italia.
L’autore compie un’indagine che va oltre l’immagine
della città ottocentesca come ambito di controllo, di ordine
e di regole, peraltro indispensabili in un’epoca di grande
espansione urbana, per esplorare invece una realtà nascosta,
di giochi di potere e di processi decisionali meno limpidi e razionali,
di come sono stati raccontati dalla storiografia tradizionale. Essi
smentiscono l’ipotesi di un ferreo controllo da parte delle
istituzioni sui progetti di ampliamento, controllo che, secondo
De Pieri, è quantomeno improbabile.
Il libro indaga il rapporto fra burocrazie, regole, procedure, formazione
delle decisioni prese nel processo di espansione di una città
capitale nel periodo compreso tra la Restaurazione e l’Unità
d’Italia. Lo spunto per questo saggio nasce dal sospetto che,
se si osservano questi fenomeni con sufficiente attenzione, si può
scorgere una serie di fratture tra il modo in cui il processo della
decisione si svolse e il modo in cui è stato raccontato.
L’analisi dei progetti di ampliamento di Torino, in questo
periodo storico, consente di individuare i processi spesso tortuosi
attraverso cui i progetti prendono forma, gli attori che entrano
in gioco, il ruolo e la crescita delle burocrazie, gli scontri tra
poteri urbani.
Il testo si organizza intorno ad un nucleo problematico: il rapporto
tra processi di burocratizzazione e processi di formazione delle
decisioni nel governo delle trasformazioni urbane. Le due parti
in cui è suddiviso il testo declinano il tema ragionando
a diverse scale di osservazione e conferendo di volta in volta preminenza
analitica a uno dei due termini: le burocrazie e le decisioni.
La parte introduttiva individua alcuni concetti chiave di riferimento
per poter leggere, nei due capitoli successivi, le sottili sfumature
dei giochi di potere che l’autore descrive. Viene analizzato,
ad esempio, il ruolo svolto dai terreni pubblici nella crescita
della città: la prima fase di espansione avviene su importanti
riserve demaniali, ricavate dalla demolizione delle fortificazioni,
mentre la seconda fase riguarda per lo più terreni di proprietà
privata, in una continua tensione tra strategie di valorizzazione
dei terreni pubblici e scelte compiute per l’alienazione di
quelli privati. Anche i percorsi individuali compiuti in questo
periodo storico da esperti, architetti e ingegneri, forniscono un’illustrazione
efficace dei processi di crescita urbana: il conflitto tra saperi,
tecniche e professioni si combina con i mutevoli equilibri economici
e politici, in cui spesso conta il legame forte del progettista
con uno dei poteri coinvolti nelle contrattazioni urbane.
L’autore analizza in modo estremamente dettagliato il rapporto
tra il progetto di ampliamento della città e le diverse istanze
che vi concorrono, da quelle istituzionali a quelle private, declinandole
su casi di studio illustri, come dimostra l’ampio spazio dedicato
alla progettazione della piazza di Po (l’attuale piazza Vittorio
Emanuele I), preso come caso emblematico e rappresentativo.
Vengono illustrate il susseguirsi delle vicende lungo il periodo
di tempo che va dalla prima Restaurazione all’Unità
d’Italia, che portano alla costruzione di un piccolo gruppo
di burocrazie tecniche, legate all’esercizio di una funzione
di controllo o supervisione sui progetti per l’ampliamento
della città. La loro storia è posta a confronto con
le scelte compiute nello stesso periodo su alcuni progetti, costruendo
un contrappunto tra l’immagine dei processi che viene incorporata
nella struttura delle istituzioni e il modo in cui gli stessi si
svolgono nel gioco quotidiano tra gli attori.
Questa parte della ricerca prova ad inserire i modelli di razionalità
amministrativa in un approccio che vorrebbe essere, più propriamente,
storico: oltre a mostrare che il processo decisionale studiato è
poco lineare e caratterizzato da un gioco complesso di forze e di
attori, si ricerca, nelle specificità di questo processo,
alcune tracce per leggere la società che lo ha prodotto e
le specificità di una congiuntura e di un periodo troppo
spesso letti solo come “di transizione”. Il racconto
insiste molto sul gioco degli attori, sui passaggi di mano delle
carte, sulle perdite di informazioni e sui fraintendimenti che segnano
il processo, sulle ambiguità che caratterizzano i discorsi
e, in misura ancora maggiore, i disegni.
La seconda parte analizza il tortuoso processo decisionale legato
alla formazione del “piano generale” per l’ampliamento
di Torino, un lungo iter iniziato nel 1842 e conclusosi con l’approvazione
del piano dieci anni dopo. Il decennio preso in considerazione (tra
i primi anni quaranta e i primi anni cinquanta) rappresenta un possibile
momento di svolta per alcuni dei fili interpretativi che percorrono
il lavoro. Le due parti stabiliscono tra loro un rapporto complesso,
fatto di dialoghi a distanza, rinvii, approfondimenti, e di intrecci
di storie che hanno tempi e scansioni diverse.
Alcune delle domande che il libro pone toccano aspetti della società
torinese che hanno ricevuto poca attenzione da parte degli storici:
le culture e le strategie delle elite urbane; le reti di relazione
che le attraversano; le forme e gli equilibri del governo municipale,
soprattutto negli anni della Restaurazione; le politiche dello Stato
per la città e nella città. Si possono leggere queste
pagine come un contributo alla storia della costruzione di una serie
di saperi, pratiche, identità burocratiche e amministrative,
reti sociali, modi di rappresentare e affrontare la questione urbana
i cui fili percorrono i tempi lunghi della contemporaneità,
prima e dopo il consolidamento di un sapere disciplinare dell’urbanistica
e la sua crisi. Questi fili e percorsi sono forse più visibili
oggi che la gestione del rapporto tra governo del territorio, trasformazioni
urbane e società, sembra passare sempre meno attraverso il
ricorso a strumenti come quello del piano.
Nel testo si parla molto di progetti urbani, di burocrazie, di processi
decisionali, ma il centro dell’attenzione del lavoro è
costituito da una serie di distanze. Distanza tra il modo in cui
il governo urbano viene pensato e le pratiche attraverso cui una
città viene governata. Distanza tra la rappresentazione che
viene data di alcune burocrazie e le forme della loro organizzazione
e del loro funzionamento. Distanza tra sistemi di regole codificate
e logiche, equilibri, pressioni che spingono la costruzione sociale
dello spazio in altre direzioni. Queste distanze rappresentano uno
dei tratti più caratteristici e meno osservati di molte città
dell’Ottocento e costituiscono anche, probabilmente, una delle
eredità più significative che quel secolo ha lasciato
alla nostra cultura urbana.
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