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Thomas Sieverts
Cities Without Cities: An Interpretation of the Zwischenstadt
Routledge, New York, October 2002
ISBN: 0415272602
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Book Review
by Lucio Giecillo
Una delle considerazioni di fondo che accompagnano la lettura
del libro di Thomas Sieverts è rappresentata dalla correlazione
tra diffusione e frammentazione insediativa e processi di globalizzazione.
Sebbene la perentorietà di una tale conclusione esiga probabilmente
qualche ulteriore elemento di giudizio, rimane la constatazione
che il volume di Sieverts si inserisce a pieno titolo all’interno
del filone di studi e ricerche sul paesaggio della città
post-keynesiana, che da punti di vista diversi tendono ad evidenziare
la relazione che intercorre tra le trasformazioni in atto alla scala
territoriale e il processo d’accumulazione capitalistica.
Relazione che prende forma nel quadro di grande flessibilità
e mobilità di capitali che caratterizza il processo di mondializzazione
dei mercati, della finanza, della produzione, del lavoro. Tuttavia,
se il dato rilevante attualmente sembra essere quello di una crescente
attenzione, da parte delle discipline del territorio, della geografia
e della sociologia, per i temi della dispersione insediativa e della
frammentazione sociale ad essa legati, non si può non considerare
come essi siano stati, per lungo tempo, piuttosto marginalizzati
o fraintesi dalla cultura urbanistica, da quella europea in particolare.
Se già nel 1915 P. Geddes parlava di conurbazione in riferimento
al territorio della Randstad-Holland, con l’idea di descrivere
uno sviluppo urbano caratterizzato dalla continuità tra città
differenti, e se, più tardi, J. Gottmann (1961) conierà
il termine megalopoli per definire la “galassia urbana”
che si estende tra Boston e Filadelfia, non sorprende come tale
evoluzione sia stata a lungo intesa, dalla cultura urbanistica,
con accezione per lo più negativa. D’altro canto, la
diffusione di termini come banlieue, metropolitan fringe, hinterland,
conferma come a quest’“area indistinta” sia stata
per lungo tempo attribuita una valenza quasi esclusivamente residuale,
di “ambito derivato” e marginale.
Solo recentemente, termini come “città diffusa”,
“città-territorio”, “landscape-city”,
ricorrono come rappresentazioni di un fenomeno che, dalla prima
industrializzazione ad oggi, è andato progressivamente estendendosi
fino a sovvertire l’idea stessa di città. E sebbene
sia evidente come questo aspetto dell’evoluzione del fenomeno
insediativo, nelle sue molteplici sfaccettature e declinazioni regionali,
possa difficilmente essere confinato entro i margini tranquillizzanti
di una sia pure efficace locuzione, emerge piuttosto chiaramente
il quadro dei mutati rapporti tra popolazioni e territorio, così
come l’entità e la portata degli effetti che tale cambiamento
genera nella morfologia fisica e sociale delle città.
Cities without cities si ripropone, in qualche misura, di mettere
chiarezza in questa materia. E lo fa indicando un percorso di lettura
incrociato tra istanze di rinnovamento disciplinare, indicazioni
di carattere culturale e proposte di valenza operativa. L’ambito
territoriale d’analisi è rappresentato dalla regione
centro-occidentale della Germania, una tra le aree economicamente
più mature dell’intero territorio europeo, quindi maggiormente
proiettate a cogliere le opportunità di sviluppo derivanti
dal processo di globalizzazione in atto.
Ne discende una critica che, muovendo da una storicizzazione del
dato della dispersione e della frammentazione insediativa, contribuisce
a ridefinirne i confini teorici, culturali ed interpretativi. Ciò
anche a partire dall’animato dibattito che, già ad
inizio secolo, vedeva il confronto tra gli apologeti della Garden
City - come modello di contenimento del fenomeno urbano entro i
margini concettuali di un umanesimo domestico e di un’auspicata
armonia tra uomo e natura - e i sostenitori, meno numerosi in verità,
di una prospettiva di sviluppo non ascrivibile ai criteri ordinativi
della città pianificata. E’ in particolare dalle posizioni
di H.G. Wells, moderno profeta della frammentazione urbana (Anticipations,
1902), che l’autore prende le mosse per una revisione radicale
dell’urbanistica dei modelli, ponendo le basi per la costruzione
di una nuova prospettiva culturale per la città contemporanea
e indicando, al contempo, alcune linee guida per il suo progetto.
Tra i temi più ricorrenti, i concetti di “città-paesaggio”
e di “paesaggio urbanizzato” emergono come operatori
concettuali attraverso cui l’autore invita a guardare la complessità
delle dinamiche sociali, economiche e produttive, come aspetti determinanti
del cambiamento insediativo in atto. Se da una parte infatti il
territorio della città contemporanea sembra risentire di
una sorta di sovraesposizione alle forze omogeneizzanti del mercato
- accelerazione delle comunicazioni e degli scambi d’informazione,
fibrillazione progressiva del primato dello spazio,… - dall’altra,
l’indebolimento del paradigma stato-centrico come fattore
regolativo delle dinamiche urbane e territoriali sembra portare
al progressivo dissolvimento dell’idea tradizionale di città,
verso un continuum urbano-rurale capace di mettere in questione
la nozione stessa di territorialità come riferimento spazio-temporale
‘stabile’ della sovranità statuale.
Obiettivo dichiarato del volume di Sieverts è di pervenire
ad una interpretazione della zwischenstadt, ovverosia della “città
di mezzo”, identificato come un particolare tipo di urbanizzazione
che si definisce, come peraltro annunciato nel titolo, per negazione
o assenza dei tratti distintivi e identificativi della città
compatta di tradizione europea. Se da un lato, infatti, un aspetto
importante di questa riflessione riguarda la crisi del paradigma
centro-periferico d’organizzazione del territorio, che riconosce
alla periferia - termine vieppiù generico e inadeguato a
rappresentare l’universo sempre più variegato e multiforme
della diffusione urbana - i soli aspetti di marginalità e
di degrado, dall’altro, il riferimento alla dimensione intermedia
rimanda ad un’interpretazione più allargata del cambiamento
in atto, come processo che coinvolge la multidimensionalità
delle manifestazioni territoriali, ivi compreso l’insieme
dei comportamenti che caratterizzano l’universo della cosiddetta
“società periurbana”.
E’ noto d’altra parte come negli ultimi decenni l’evoluzione
delle città si sia accompagnata in forma più o meno
marcata, nell’ambito dell’economia-mondo capitalista,
ad una profonda evoluzione del suo assetto territoriale e delle
sue forme insediative: il processo di rilocalizzazione della produzione
e delle imprese al di fuori della città compatta, cui si
è accompagnato un esodo crescente di quote di popolazione
verso i centri periferici di erogazione di servizi (shopping malls,
ipermercati, cinema multisala, aeroporti, infrastrutture per il
tempo libero, ma anche semplici addensamenti del più vario
tipo attorno a strade, autostrade, ferrovie, stazioni e altri servizi,
e così via), ha progressivamente generato una città
in cui alla richiesta crescente di accessibilità veicolare
non ha fatto in molti casi riscontro un’attenta valutazione
della qualità complessiva dell’ambiente di vita. Ai
connotati distintivi della città consolidata - compattezza
del tessuto edilizio, leggibilità del confine città-campagna,
articolazione degli spazi aperti e razionalità del rapporto
tra spazio pubblico e privato - si è dunque progressivamente
sostituita, un’idea di “paesaggio urbanizzato”
composto in larga parte per sommatoria o giustapposizione di cluster
chiusi e autonomi, interconnessi tra loro attraverso il sistema
delle reti infrastrutturali.
Come riflesso della frammentazione che connota il paesaggio della
dispersione insediativa, prende forma, secondo l’autore, uno
scenario di forte instabilità sociale, caratterizzato dall’emergere
di modelli di comportamento individuali e collettivi che rivelano
una crescente dissociazione tra la sfera del self e la partecipazione
alla vita associativa. E’ lo scenario dell’atomizzazione
sociale, della vita “day to day”, come lo stesso autore
la definisce e in cui, alla “sovraesposizione dell’individuo”
al ciclo di produzione-consumo capitalista (rilevabile soprattutto
in ambito lavorativo), corrisponderebbe una superstite dimensione
comunitaria riscontrabile in una ritrovata considerazione per l’ambito
locale di appartenenza (partecipazione alla vita associativa e di
comunità), nonché in una iper-attenzione per la dimensione
individuale dello spazio di vita.
La ricognizione proposta dall’autore, attraverso il variegato
universo della zwischenstadt, si conclude con un richiamo al problema
della sua governabilità. Una trattazione corretta delle problematiche
dello sviluppo regionale implicherebbe, secondo Sieverts, una riarticolazione
delle strategie di sviluppo, che tenga conto di una pluralità
di fattori, tutti in qualche misura correlati: dall’istanza
di riequilibrio delle opportunità economiche tra nuclei storici
e territorio, alla prospettiva di rinnovo delle politiche in materia
di tutela delle aree naturali verso forme di mediazione tra aspettative
di sviluppo economico delle popolazioni ed esigenze di salvaguardia
delle risorse ambientali e di tutela del capitale naturale, ad una
più efficace articolazione delle funzioni e delle competenze
amministrative tra i diversi livelli di governo del territorio.
Last but not least, il riferimento ad una articolazione a rete del
sistema delle città europee inscrive pienamente Cities without
cities nell’animato dibattito che, assumendo i paradigmi del
policentrismo e della coesione territoriale, immagina il territorio
dell’Unione come sistema reticolare e interconnesso di realtà
urbane e territoriali profondamente differenti, per status economico,
cultura, prospettive di sviluppo, ed in cui la dimensione intermedia
della zwischenstadt emerge come orizzonte culturale e operativo
cruciale nella dialettica tra locale e globale, da cui, in larga
parte, dipende il futuro del territorio europeo.
Lucio Giecillo, PhD student in the Department of Urban Policies and Local Development of the Faculty of Architecture at the Università di Roma Tre.
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