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Marco Cremaschi
l'Europa delle città
Publisher: Alinea Editrice
ISBN: 88-8125-906-0
Book Presentation
Nel 2004 l’Europa è pervenuta al sostanziale compimento
del processo di unificazione del continente; hanno aderito dieci
paesi, in prevalenza piccole nazioni salvo la Polonia site geograficamente
al centro del continente (ma politicamente all’Est), e di
due isole mediterranee ancora più piccole. Pochi ulteriori
membri tra i paesi dei Balcani, e forse qualche altro come la Turchia,
si aggiungeranno nel futuro prevedibile, senza mutare la sostanza
dell’equilibrio geopolitico.
La strategia economica che indirizza le politiche dell’Unione
è definita a partire dalla Conferenza intergovernativa di
Lisbona del 2000 che ha definito “un nuovo obiettivo strategico
per l’Unione, allo scopo di rafforzare l’occupazione,
la riforma economica e la coesione sociale nel quadro di un’economia
fondata sulla conoscenza”. La speranza è di fare dell’Unione
europea “l’economia basata sulla conoscenza più
competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita
economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro ed una
maggiore coesione sociale”. Il problema messo a fuoco erano
gli scarsi risultati in termini di crescita e sviluppo a fronte
del grande sforzo di armonizzazione dei mercati. L’Europa
ha avuto successo nel creare il mercato unico e la moneta comune,
ma cresce meno di altre aree geografiche. Il nuovo traguardo è
ancora più ambizioso: far diventare quest’angolo di
mondo l’economia più competitiva, giocando la risorsa
della conoscenza e, insieme, il sistema più sostenibile.
Che ruolo hanno le città e il territorio in tutto ciò?
Più di quanto si sia soliti pensare. Questa strategia pone
una sfida all’organizzazione territoriale del continente che
sollecita il ripensamento di reti, centri, strumenti e attrezzature;
ancora di più, impone di considerare gli effetti combinati
delle politiche comunitarie e degli stati membri e delle ancor più
numerose iniziative private. Gli effetti sono ben manifesti in molti
settori cruciali per l’economia. L’avvio dell’Europa
ha creato nuove politiche pubbliche e ha liberato nuove energie
in ambiti di mercato.
Per esempio, le politiche pubbliche possono essere molto influenti
nel caso dell’energia. Nuovi metanodotti sono in costruzione,
sperimentazioni sono in corsa sulle tecnologie di riscaldamento,
sui trasporti, la riduzione dei consumi, l’esplorazione di
tecnologie alternative come l’idrogeno. L’adozione di
un modello energetico sostenibile da parte di mezzo miliardo di
persone renderebbe obsoleta la mappa attuale delle risorse fossili.
In definitiva, potrebbe incidere sui conflitti legati al controllo
del petrolio mediorientale e sulla geo-politica imperiale che li
giustifica.
Le conseguenze aggregate delle scelte di mercato sono esemplificate
dal caso del traffico aereo e delle comunicazioni. Questi settori
sono stati rivoluzionati dall’unificazione delle regolamentazioni
nazionali e di settore e dall’introduzione di nuove tecnologie.
D’altra parte, le attività più mobili si concentrano
e le regioni si specializzano anche in virtù dei collegamenti
e dei trasporti. Così, le attività finanziare crescono
a Londra e Francoforte; intere regioni del Mediterraneo si trasformano
in pensionati per inglesi o tedeschi. Per sapere se abitate in centro
o in periferia d’Europa basta guardare una mappa dei voli
low-cost, o dalla capacità del vostro provider internet.
Nei due casi, gli aspetti territoriali della costruzione europea
sono vistosi, sia se si guardi alle politiche e alle loro in gran
parte inespresse potenzialità; sia se si guardi agli effetti
prevedibili dei processi in corso, se non già manifesti.
Ma questo non vuol dire né che la costruzione europea sia
completa né che ne siano condivisi e chiari gli esiti, inclusi
quelli territoriali. Il processo di definizione dell’Europa
è tutt’altro che concluso. Dopo un decennio di relativo
entusiasmo giustificato dalle realizzazioni della moneta e del mercato
unico, i governi nazionali stanno puntando i piedi e rivendicano
maggior controllo sulle dinamiche comunitarie. Vecchie rivalità
nazionali e nuove realtà geopolitiche rischiano di frantumare
l’Europa politica prima ancora della sua costituzione.
Dal punto di vista storico, però, il treno europeo non ha
smentito la promessa di ricomporre i blocchi e le ideologie che
hanno diviso il vecchio mondo, a partire già dalla rivoluzione
francese; e tiene alta la sfida alle forze di mercato globali sia
pur con le armi incerte di forme innovative di governance istituzionale.
Tutto questo fa parte, in modo contraddittorio, della necessità
politica dell’Europa, uno dei pochi esperimenti di governo
sopranazionale che regga la sfida dei tempi; ed è questo
il vero motivo per cui da almeno un decennio la politica nazionale,
come quella di altri paesi, si confronta ed è condizionata
-nel bene e nel male- dalle iniziative prese a Brussel.
Ma l’Europa, ricorda il geografo francese Lévy (1997),
ha anche una necessità geografica. Da qui la prima giustificazione
per l’approccio territoriale. Un continente piccolo, simile
a un imbuto per le barriere opposte da più lati da mari e
oceani a differenza di altri continenti sterminati dove la frontiera
è sempre stata mobile. Un continente appunto che ha costretto
gli abitanti antichi a far fronte o a ricevere perennemente dei
nuovi arrivati. Con il risultato di un continuo por mano ai limiti,
di un incessante spostare e riformulare delle frontiere naturali
e dei confini militari. Da sempre, genti e nazioni d’Europa
sono costrette a negoziare gli spazi che considerano esclusivi,
come pure i vincoli e le legature con gli spazi degli altri, integrando
le differenze in identità più larghe dove il noi e
il loro si comprendono per forza. L’Europa costringe le differenze
politiche e culturali ad un continuo ‘lavorio’ nello
spazio che, dopo i conflitti e le tragedie storiche, caratterizza
l’irrisolta doppiezza fertile e irritante del policy-making
di Brussel.
Questo aspetto introduce una seconda giustificazione. Il territorio
europeo non è mai stato una tabula rasa, ma un denso network
frutto della proiezione di molteplici astuzie politiche e, al tempo
stesso, fonte di identità simboliche da giocare nel variegato
spazio collettivo . Non a caso sulle banconote dell’Euro figurano
acquedotti, ponti e portali, monumenti che rispecchiano l’orientamento
ai traffici e alla comunicazione che stanno al centro della costruzione
politica e mercantili dell’Europa.
In breve la tesi che si pone al centro della riflessione è
che l’intersezione delle scale geografiche –aspetto
peculiare delle azioni territoriali- presiede allo sviluppo del
progetto politico dell’Europa, quello che fa dire a cittadini
veneziani o di Barcellona di essere italiani o catalani e, al tempo
stesso, europei. Nessuna contraddizione, se non il riconoscimento
di una molteplice appartenenza. Dietro alle iniziative per le città
si trova sempre più spesso il profilo di uno stato multiscalare:
il comune, la nazione, l’Europa.
La molteplicità delle scale e delle appartenenze è
anche il modello che spiega come nasca e si sviluppi in modo originale
uno stile europeo di sviluppo del territorio. Un work-in-progress
che -a differenza di altri settori dell’agire comunitario-
ha scarsi riscontri normativi e istituzionali; ma un settore di
integrazione comunitaria, comunque, imposto dalla necessità
politica e geografica del territorio comune europeo.
Le vicende che qui riprendiamo sono state spesso raccontate sotto
l’una o l’altra delle frequenti distorsioni che subisce
il progetto europeo: la versione agiografica che enfatizza i miti
e le retoriche nei quali si paluda il faticoso policy-making comunitario;
la non meno facile critica alla complicazione, al deficit democratico
o all’impaccio posto ai poteri autonomi degli stati nazione.
L’Europa alternativamente dipinta come un eroe mitologico
o un ciclope burocratico è solo una parte del senso comune
europeo, forse non la più importante.
E’ necessario tenersi lontani da ambedue gli estremi. Gli
entusiasmi sono fuori luogo, in particolare ora che appaiono evidenti
le difficoltà della globalizzazione e le confliggenti visioni
sul governo del pianeta. Non a caso le forze politiche sembrano
destinate a ricomporsi secondo un nuovo clivage, tra chi crede che
il prossimo secolo sarà dipinto con i colori della forza,
delle multinazionali e dell’ideologia (malamente riassunto
sia da sostenitori che da detrattori nell’aggettivo “americano”);
e chi sostiene invece la necessità di un governo politico
dell’economia e dell’ambiente mondiale. L’Europa
–con le sue contraddizioni- è un esperimento in questa
seconda direzione; ma è un esperimento misurato. Dal punto
di vista finanziario –per esempio- si riscontra una tragica
simmetria: l’Unione Europea e la guerra in Iraq hanno pressappoco
il medesimo budget.
Le risorse a disposizioni della UE –poco più di 100
miliardi di € nel 2004- non sono esigue, ma nemmeno così
consistenti come talvolta di lascia intendere. I confronti sono
difficili, data la natura anomala del “centro” decisionale
di Brussel. Organismi “leggeri” come il Commonwealth
o il Consiglio di Europa dispongono appena di pochi milioni per
la loro missione. D’altra parte, il bilancio militare dei
paesi europei è complessivamente il doppio di quella della
Commissione; o, più coerentemente, i soli investimenti compresi
nel ‘piano centrale’ del governo dell’India nel
1995 (la parte del budget federale in qualche misura riconducibile
ad analoghe preoccupazioni) erano pressappoco 35 miliardi di €,
cioè all’incirca quanto i fondi regionali (sia pur
in altro contesto). Cifre solo indicative di una forbice che suggeriscono
anche la non irrilevanza in assoluto delle risorse e al tempo stesso
la limitatezza rispetto all’estensione degli obiettivi.
Le pagine che seguono raccontano i numerosi aspetti della costruzione
di uno stile comune di governo del territorio in Europa. L’attenzione
è mirata non ad enfatizzare la storia, l’ideologia
o il conflitto procedurale, ma alla formazione “intermedia”
di paradigmi e campi azione. Il testo prende spunto da ricerche
e studi recenti, conclusi negli ultimi anni e compresi anche idealmente
tra il trattato di Maastricht e la Convenzione europea, rielaborati
dalla prospettiva della governance a geometria variabile che si
sta sperimentando nel gioco europeo.
Ciascun capitolo ripercorre le vicende, quotidianamente richiamate
dalla stampa, che hanno portato alla formazione dei principali ambiti
di intervento comunitario: il disegno delle grandi infrastrutture,
le iniziative per lo sviluppo regionale, il sostegno alle politiche
urbane, lo schema spaziale di organizzazione del territorio europeo.
Sono temi sottoposti spesso a trattamenti divergenti, enfatizzati
da taluni o, al contrario, consegnati a frettolose svalutazioni
da altri. Le pagine che seguono sistemano il bagaglio di conoscenze
indispensabile e forniscono gli opportuni rimandi all’estesa
letteratura disponibile per i riferimenti generali e gli approfondimenti
necessari.
L’esposizione mette a fuoco tre nozioni -l’accessibilità,
la partnership e il policentrismo- che costituiscono finalità
generali delle politiche territoriali comunitarie e stanno già
influenzando le politiche locali di comuni e regioni. Di ciascuna
di queste sono esposti e valutati i risultati e le attese, e sono
indicati i principali problemi. Si suggerisce inoltre che un filo
unisca i diversi ambiti: è in corso infatti una sperimentazione
cruciale di nuove forme di governance del territorio, con il risultato
indiretto di un lento ma progressivo cambiamento del modo di fare
urbanistica (pianificazione, sviluppo territoriale: anche i nomi
cambiano) in Europa. I numerosi aspetti dell’esperienza comunitaria
sembrano destinati ad influire (più delle riforme sempre
rimandate) sulla costruzione di uno stile innovativo di governo
comune ai territori d’Europa.
In definitiva, questo volume costituisce un’introduzione critica
pensata per chi si interessa -per studio, professione o passione-
alle vicende (soprattutto regionali, urbane e territoriali) dell’Europa
comunitaria, e può essere facilmente integrata con la documentazione
ufficiale e le presentazioni storiche e istituzionali, in particolare,
con il Terzo rapporto sulla coesione economica e sociale dalla Commissione
Europea (2004; in italiano, scaricabile anche dal sito europa.eu.int)
per lo stato dell’arte delle politiche comunitarie; e con
il Rapporto intermedio sulla coesione territoriale (2004; disponibile
in italiano e sul sito della DG Regio).
Queste letture possono essere facilmente completate dalla crescente
bibliografia su temi come la sostenibilità (ancora valido
il Libro verde sull’ambiente urbano CCE 1990; il documento
d’orientamento CCE 1998c; aggiornato dal recente rapporto
CCE 2004d), la riqualificazione (su Urban, CCE 1997 e Palermo 2002,
a cura di; le politiche urbane, Cremaschi 2003 e CCE 1998b); la
governance urbana (Balducci 1999; Le Galés 2002; al centro
anche del rapporto UNCHS-Habitat 2001).
Per dei capisaldi sulle vicende storiche dell’impresa comunitaria
è disponibile il recente Castronovo 2004; per le politiche
regionali, Viesti e Prota 2004 e il V Rapporto del Dipartimento
per le Politiche di Sviluppo (DPS 2003); per l’aspetto territoriale
e urbano si può risalire al rapporto Europa 2000+ (CCE 1995a);
per i riferimenti generali sul policy-making, è giocoforza
rimandare a testi generali quali Bache 1998; Hooghe e Marks 2001,
Scharpf 1999, Wallace e Wallace 2000, nonché al libro bianco
di Prodi sulla governance europea (CCE 2001c).
Conclusioni ottimiste
Dal trattato di Roma a quello di Amsterdam, da questo ultimo alla
proposta di Costituzione preparata dalla Convenzione, il territorio
si è progressivamente incuneato nel policy-making della Comunità.
In questo percorso, lento ed esile quanto si vuole, avvengono alcuni
slittamenti non irrilevanti nel riferimento territoriale delle politiche.
Non si tratta di una marcia gloriosa, anzi; si tratta casomai di
un progresso faticoso. La gestione di questi problemi richiede forti
capacità di rappresentazione, di linguaggio e di vision.
Il giudizio sulla combinazione di questi elementi nelle pratiche
comunitarie è diversificato, e ultimamente prevalgono accenti
negativi. Solitamente però si riconosce che la complicata
macchina istituzionale comunitaria ha una discreta efficienza nel
mediare soluzioni; anzi, a volte si giunge a sostenere che lavora
meglio sotto stress.
Le prossime righe offrono qualche riflessione volenterosamente ottimista
per valutare positivamente il percorso compiuto e le prospettive
future delle politiche territoriali. L’ottimismo non è
né di facciata, né di dovere; è solo cauto,
per lo scenario preoccupante in cui versa il progetto dell’Unione.
Il futuro delle politiche europee si presenta particolarmente difficile
all’indomani dell’allargamento che comporta una certa
difficoltà politica; e in un momento di divaricazione delle
strategie tra le due sponde dell’Atlantico. Difficoltà
di rilievo per lo stesso destino istituzionale, ma influenti anche
su settori di intervento limitati ma che -come abbiamo cercato di
mostrare- sono fortemente connessi ad altri più cruciali.
La prima ragione a sostegno di questo cauto ottimismo riguarda la
maturazione avvenuta negli approcci alle politiche territoriali,
e la loro traduzione in modalità di intervento. L’originaria
preoccupazione degli anni Cinquanta per gli squilibri territoriali
e il ritardo di sviluppo si spiegava sullo sfondo di economie continentali
uscite dall’accidentato percorso -grosso modo coerente in
tutti e sei i paesi fondatori- attraverso la modernizzazione industriale,
l’inurbamento, le distruzioni belliche e la ricostruzione
welfarista. Analogamente, le iniziali politiche di sviluppo e il
loro modesto riflesso territoriale erano iscritti interamente entro
i confini del paradigma dello sviluppo, della crescita occupazionale
e del reddito. Il punto d’arrivo a cinquanta anni di distanza
non sovverte interamente la nozione di squilibrio ma certamente
la iscrive su un diverso sfondo: la preoccupazione riposa meno sul
versante produttivo e più su quello territoriale e, in un
certo senso, sulla qualità e la distribuzione dello sviluppo
piuttosto che sulla quantità della crescita. Più recentemente
ancora, l’idea di coesione territoriale introduce, accanto
alla riduzione degli squilibri, alcuni obiettivi positivi: l’integrazione
territoriale, la dotazione di servizi generali, l’accesso
a beni collettivi non frazionabili. In questa prospettiva, la maturazione
è innegabile come pure la varietà dei riflessi sulle
iniziative territoriali.
La seconda ragione proviene dalla capacità delle politiche
territoriali di dare visibilità ad ambiti e problemi territoriali
mal rappresentati dal gioco tra gli stati membri e dalle opposte
nozioni di sviluppo e arretratezza. Questo percorso è stato
ricostruito nelle pagine precedenti nella sua non sempre lineare
evoluzione, segnata dai problemi evidenziati nel corso dell’integrazione
economica e politica. I punti di ‘faglia’ sono momenti
di progressiva ridefinizione dei paradigmi e dei processi. Per esempio,
la deindustrializzazione dei paesi di più antica modernizzazione
confonde le categorie di sviluppo e ritardo: l’impatto dell’ingresso
della Gran Bretagna sulle politiche regionali è un caso da
manuale. Le stesse categorie saranno più tardi ulteriormente
rimescolate dall’ internazionalizzazione dei processi produttivi
(diretti ai paesi dell’Est o fuori dai confini dell’Unione).
Il quadro non sarebbe completo se non si citasse la reattività
delle istituzioni locali nelle comunità ex industriali (da
Glasgow a Lilles, da Marsiglia alla Ruhr) che risultano alla lunga
rilevanti e influenti sul policy-making europeo, di più o
in modo diverso di quanto fossero state capaci in precedenza le
aree povere (il nostro Meridione). Ma vanno ricordati anche eventi
apparentemente collaterali, come i particolari rischi e vulnerabilità
geografico-ambientali (dalle piogge acide alla gestione costiera)
alcuni dei quali caratterizzano i paesi scandinavi; questi fatti
hanno pesato nella riforma dei fondi e delle iniziative comunitarie
a favore di un approccio più stretto sull’ambiente.
Infine, l’innovazione tecnologica accelera alcuni dei processi
d’integrazione di mercato (finanze, trasporto aereo) e rende
obsoleti parte dei network infrastrutturali, creando una nuova faglia
sulla quale si possono cristallizzare nuove disparità (e
qualche nuova opportunità). Una parte della rete urbana dei
paesi del nord gioca con insistenza sulle politiche dell’innovazione.
In queste occasioni, sono nate o sono state modificate nuove politiche
per le città e per il territorio; questa malleabilità
è risultata finora una fertile risorsa per la maturazione
del settore.
Un’altra ragione di ottimismo proviene dal riscontro di progressive
linee di coerenza, nonostante tutte le differenze, nel discorso
territoriale comunitario e dei paesi membri. La varietà degli
spunti, dei percorsi, delle linee d’evoluzione è una
caratteristica del discorso territoriale comunitario che ne riflette
la costituzione decentrata e occasionale, ‘poligenetica’
appunto. Discrepanze e varietà che sono abbondantemente affiorate
nella trattazione seguita fin qui. Nella ricostruzione storica sono
stati però citati i punti di discontinuità e di evoluzione,
quanto i momenti di ricomposizione. E’ indubbio, da questo
punto di vista, che la stagione di Delors abbia rappresentato un
momento importante nel processo che ha portato ad investire il territorio
di una dimensione strategica. Certamente non siamo oggi in una fase
in cui tattiche e principi si collochino con facilità in
una vision politica che si appoggi ad una leadership forte e ad
una strategia chiara, come è stato allora e come avrebbero
forse voluto altri leader regionali (e, chissà, avremo forse
nuovamente in futuro). Resta il fatto che -nella bottega europea
guidata per decenni da priorità geopolitiche (l’equilibrio
tra risorse), orientamenti ‘liberisti’ (l’integrazione
dei mercati) e istituzionali (la negoziazione multilaterale tra
gli stati)- il territorio ha offerto l’ancoraggio per le politiche
ad orientamento sociale, per un approccio ‘volontarista’
(l’eufemismo francese per statalismo) e keynesiano, per l’integrazione
settoriale. L’Europa dei popoli, delle regioni, delle città
sono espressioni che rimandano a progetti politici diversi che hanno
in comune però un aspetto: cercano di ispessire –sulla
base di un discorso ideologico dalle forti tinte cristiano-sociale,
a cavallo dei patrimoni ideologici delle grandi famiglie politiche
europee- il radicamento locale delle nuove istituzioni.
Dunque, si possono indicare tre percorsi di crescita del territorio
nelle politiche comunitarie. Il territorio entra a far parte di
una piccola ‘grande’ narrazione dell’Europa nella
quale la nozione monodimensionale di squilibrio è sostituita
da elementi più ricchi e interpretativi; inoltre, consente
di dare rappresentanza e voce politica a soggetti che -entro i paesi
membri- esprimono domande più specifiche, di innovazione,
sperimentazione e integrazione che “sposta” i confini
delle politiche; introduce, infine, ‘enzimi’ compensativi
nel progetto d’integrazione dei mercati, elaborando in particolare
nuove forme di azione pubblica.
Misure indirette, che forse non prendono di petto la regolazione
territoriale; ma, comunque, misure di un certo rilievo degli esiti
territoriali delle politiche comunitarie.
Un ulteriore elemento di sostegno ad una visione ‘ottimista’
riguarda, più nello specifico, la formazione di un comune
discorso europeo sul territorio attraverso le “scale”
di governo e le differenti consuetudini amministrative. I capitoli
precedenti hanno infatti riscontrano processi di progressiva europeizzazione
delle politiche, degli stili, della cultura tecnica della pianificazione
anche in ambito locale. Per prova ed errore, per esperimenti e aggiustamenti
incrementali, approcci settoriali alle infrastrutture, ai divari
regionali, alla riqualificazione urbana hanno sedimentato qualche
comune ‘formazione discorsiva’.
In particolare, dentro al policy-making europeo appare un ‘filo
rosso’ che attraversa i tre principi operativi descritti in
precedenza: l’accessibilità, la partnership, il policentrismo.
Sono principi che si rivolgono a finalità diverse e, pur
vitali, presentano qualche incongruità. In particolare, assolvono
con ambiguità il ruolo specifico di costruire un disegno
del territorio, che è carente proprio laddove dovrebbe essere
più specifico. La prospettive europea è debole infatti
nell’individuare l’aggancio tra il locale e le grandi
reti continentali, dove si misurano gli effetti territoriali delle
politiche; ed è generica dove dovrebbe essere più
strategica, cioè nell’esplicitare le poste, i prezzi,
i rischi dei percorsi di sviluppo territoriale alternativi alla
concentrazione nel ‘pentagono’ delle capitali. Questi
sono gli aspetti più tediosi della retorica comunitaria,
tanto più quando fanno da maquillage ai processi di trasformazione
che sono in corso spesso con esiti territoriali radicali e critici.
Invece, gli stessi principi mostrano delle sottili capacità:
di penetrare nelle pratiche della pianificazione a tutti i livelli,
anche per i già evidenziati ‘vantaggi’ competitivi
su altre politiche: di tesaurizzare la risorsa politica della mobilitazione
delle località; di regolare la distribuzione dei privilegi
d’accesso a reti o dotazioni di beni comuni; di sollecitare
la sperimentazione transcalare tra livelli di governo per un maggior
rendimento istituzionale. Uno smottamento è in corso: non
si può ancora prevederne il punto di arrivo, ma è
difficile sottovalutarne il rilievo e l’importanza.
Nell’avventura europea sono stati spesso gli esiti indiretti
a rivelarsi i più fertili; nelle politiche territoriali,
la loro incidenza si è rivelata ancora maggiore. Nella governance
territoriale non sono in vista soluzioni forti, quelle grandi riforme
apparentemente risolutive (che di rado si rivelano tali) che dovrebbero
dare la scossa ai grandi problemi di assetto e organizzazione del
continente; viceversa, crisi istituzionali dell’Unione sono
sempre dietro all’angolo e possono condurre a ripiegamenti
e bruschi arresti. Un disegno del territorio equo e competitivo
richiede ancora consistenti sforzi politici e culturali in un percorso
istituzionale in prospettiva forse meno favorevole, certo più
accidentato.
Ma le vicende comunitarie del territorio sembrano offrire un insegnamento
più generale: nella sequenza di aggiustamenti si intravede
un metodo, si rintraccia una logica del cambiamento complessivo.
Iniziative locali, approcci integrati, soluzioni di governance innovativa,
progetti di territorio –tutte le esperienze che qui abbiamo
passato in rassegna - non offrono solo soluzioni parziali e incrementali,
talvolta limitate per ambizione o per occasione. Sono componenti
del puzzle disegnato dalla mobilitazione progressiva delle località,
dalla loro partecipazione al gioco delle politiche e della politica.
In questo senso, la novità non è che il disegno aggregato
delle politiche territoriali assuma la forma di un nuovo livello
di politiche federali del territorio, un pezzo aggiuntivo di ingegneria
costituzionale nel corso di un’impresa lunga e sempre in divenire.
La vera novità è la dinamica che creano tra ambiti
locali e interventi. Laddove i territori si mobilitano, appare con
crescente chiarezza come queste iniziative assumano la forma di
politiche federative del territorio, pezzi del processo di apprendimento
collettivo continuo e fertile che è a fondamento della costruzione
dell’Europa delle città.
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