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I MIGRANTI MAPPANO L'EUROPA
MIGRANTS MAPPING EUROPE

Nausicaa Pezzoni


BEYOND THE INABILITY OF A CONTINENT

Questioned about its welcoming policy which is dramatically showing the weakness of a community project reluctant to include the other than itself, Europe is called upon to reconsider its identity to fulfill the idea of plurality on which it was founded.
Barriers of barbed wire, of police task forces, of control and containment devices, are erected as walls against the epochal migration flow. These boundaries are constantly pulled down by the impetus of poverty and war pressure. Barriers deny the dynamism of a territory whose geography has been reshaped several times, even in recent history, by its shifting borders; furthermore, they refuse the mobility of populations in a globalized world which movement is the nature of time.
Barriers overshadow the raison d'etre of the continent that has been derived its "multiple unity" from cultural contamination generated by crossings. By denying what fundamentally features its identity and its present time, Europe is in danger of closing in on itself, seeing itself as a fortress, instead of thinking itself as a project of habitability whose conditions have been the premise and purpose of its formation.
These series of articles contributes to constructing an image and a project of the European territories beyond the boundaries of geographical and cultural identity, tied to a representation of itself excluding what has not already been included.
These articles offer an explorative path aimed at opening a dialogue with the immigrants, from the planner and territorial researcher's point of view, who might become a truly active and creative voice in giving shape and thought to our present time.



1 | OLTRE L'IMPOTENZA DI UN CONTINENTE
Interrogata sul terreno di una politica dell'accoglienza che sta drammaticamente mostrando la fragilità di un progetto comunitario restìo ad includere l'altro da sé, l'Europa è chiamata a ripensarsi, attualizzando il senso stesso di pluralità su cui si è fondata.
Muri di ferro spinato, di forze di polizia, di dispositivi di controllo e di confinamento [1] vengono eretti a barriera di un esodo migratorio epocale lungo confini che la pressione della povertà e della guerra continuano impetuosamente ad abbattere [2]. Muri che negano a un tempo la dinamicità di un territorio la cui geografia è stata ripetutamente ridisegnata, nel corso della storia anche più recente, dagli slittamenti subiti dalle sue frontiere, e la mobilità delle popolazioni di un mondo globalizzato che fa del movimento la cifra del nostro tempo. Muri che oscurano le ragioni di un continente che dalle contaminazioni culturali generate da attraversamenti ha tratto la propria unità molteplice [3]. 
Negando un attributo fondamentale sia della propria identità sia dell'attualità in cui vive, l'Europa rischia di chiudersi su se stessa, pensandosi come una fortezza anziché come un progetto di abitabilità le cui condizioni sono state il presupposto e la finalità del suo formarsi. 
Questa serie di articoli propone un contributo alla costruzione di un immaginario e di una progettualità dei territori europei oltre i confini di un'identità geografica e culturale vincolata a una rappresentazione di sé che esclude quanto già non le appartenga. Presenta, dal punto di vista di chi progetta e governa il territorio, un percorso esplorativo volto ad aprire un dialogo con un'estraneità che possa diventare voce partecipe e creativa con cui pensare il presente e disporsi ad abitarlo. 

2 | SCONFINAMENTI
Le immagini inviate dalla stazione spaziale internazionale possono suggerire alcuni spunti per iniziare a muovere il punto d'osservazione con cui guardare l'Europa. In particolare le fotografie che la riprendono da Sud, proponendo frammenti di quel confine mediterraneo lungo cui migliaia di migranti cercano ogni giorno un approdo; limite di una terra per troppi invalicabile, eppure apparentemente prossima alle sponde da cui intraprendono il viaggio le moltitudini di esiliati. 
 



Nella prima immagine, scattata da un cielo notturno, compare in primo piano la costa africana, con un addensamento di luci intorno alla conurbazione di Tunisi; da qui la Sicilia e la penisola italica sembrano vicine, il Mediterraneo appare poco più che un bacino idrografico, Lampedusa una boa gettata a metà del percorso, un facile punto d'attracco.
La traversata deve sembrare davvero, in una notte serena, alla portata delle più esili imbarcazioni.
 



La seconda immagine sposta la percezione del viaggio oltre che il punto d'osservazione. Ribaltando l'orientamento con cui ritrae l'Italia e intercettando il movimento delle nubi che la sovrastano, questa immagine sembra mostrare l'improbabilità di un approdo. In una rotazione che è della fotografia ed è anche delle nuvole sopra il mare e la terra, le terre di Sicilia e del meridione si trasformano in corpi offuscati e contratti che sfuggono a un possibile appiglio. Da questa prospettiva una piccola isola, potrebbe essere Malta o la stessa Lampedusa, spicca con le sue luci come fosse l'unico avamposto rintracciabile di un continente.
Guardate da angolature diverse seppur sempre dalla latitudine del sud del mondo, le città europee appaiono come il vero e proprio confine da varcare, inteso quale "punto fermo a cui fare riferimento, una linea certa e stabile" come queste immagini mostrano con nitidezza: punti luminosi nello spazio indeterminato di una frontiera che si propaga nelle vicissitudini del viaggio migratorio [4]. Ovvero, i nuclei urbanizzati che le foto notturne estraggono dalla materia indistinta del mare, segnano i contorni dello spazio vivibile: sono la soglia e la terra da abitare.
Soglie e terre su cui le immagini da satellite forniscono informazioni contrastanti: l'inclinazione del piano di ripresa o anche soltanto un'inquadratura parziale del territorio europeo ci dicono di più e d'altro rispetto all'oggettiva realtà che la rappresentazione geografica, di cui queste fotografie sono matrici, pretende di descrivere [5]. Le figure luminose che il satellite registra come aree antropizzate del continente, sono porti accessibili nella prima immagine, sono luoghi sfuggenti, quasi indistinguibili nella seconda.
Che cosa sono, allora, le città europee, in una contemporaneità che le osserva, le attraversa, le popola secondo molteplici prospettive spazio-temporali, operandone continue trasfigurazioni?
Alla scala delle fotografie aree, il territorio – il confine da varcare – si mostra con differenti gradi di transitabilità. Alla scala del singolo punto luminoso, la città - quel medesimo confine - presenta gradazioni infinite di abitabilità.
Perché l'Europa possa avanzare ipotesi di apertura a una territorialità inclusiva, è necessario che inizi a descriversi non con un'immagine definita una volta per tutte ma con la variabilità delle rappresentazioni che si possono dare, da diverse latitudini e condizioni dell'abitare, di un territorio che è in evoluzione. Partire dai suoi margini, osservarla da quella fenditura aperta e continuamente richiusa che è il Mediterraneo, è un possibile movimento verso la costruzione di un'immagine che è anche di un'idea di un'Europa dall'identità cangiante. Ed è un movimento di contrappunto rispetto a un'altra rappresentazione, realizzata invece a una distanza ravvicinata: quella che, muovendosi dall'interno dei nuclei urbani, sceglie un punto d'osservazione del territorio che ne interroga il grado di abitabilità per chi vi approda.

3 | I MIGRANTI MAPPANO MILANO
Con un'indagine avviata nel 2011 a Milano, dove a 100 migranti al primo approdo ho chiesto di disegnare la mappa della città, ha preso corpo un progetto di ricerca e azione sulle città che emergono dall'osservazione di chi vi arriva per la prima volta.
Per esplorare la complessità della città contemporanea occorre svincolarsi dal punto di vista e dagli strumenti di rappresentazione della cartografia tecnica, ovvero da un'osservazione che oggettiva il mondo escludendo il soggetto che lo osserva; ma occorre anche spostarsi dallo sguardo degli abitanti stanziali, poiché il radicamento al territorio induce a fissarne l'immagine e a rispecchiarvisi, con scarsa probabilità di contemplare l'estraneità che lo sta travolgendo.
Indagare 'lo sguardo degli altri' su un territorio che è, per chi non vi appartiene e non vi si riconosce, un terreno di esplorazione oltre che di spaesamento, è diventata la sfida per pensare la città dall'interno di un abitare che la sta progressivamente trasformando. Nel prendere distanza dall'immagine consolidata del territorio che abitiamo, possono affiorare forme di relazione con lo spazio dove il significato attribuito ai diversi luoghi definisce i contorni di un'appartenenza di nuovo genere: un "abitare senza abitudine" che lo sguardo estraniato dei migranti ci consente di scoprire.
La prima sperimentazione di questo progetto, restituita ne La città sradicata. Geografie dell'abitare contemporaneo. I migranti mappano Milano (ObarraO edizioni, 2013) ha prodotto una serie di immagini che hanno fatto luce su una realtà inesplorata, una geografia dell'abitare densa di luoghi sconosciuti allo sguardo cartografico così come all'esperienza dei residenti di lunga data [6].
Ne è emersa una stratificazione dello spazio urbano che appartiene ai migranti al primo approdo ma che potrebbe diventare, per il significato che apporta al vivere la città - per la forma differente e nuova che della città esprime - la condizione etica della contemporaneità che tutti abitiamo: una condizione un territorio un abitare il mondo definitivamente sradicati dalla loro illusoria identità.

NOTE
[1] Il riferimento è ai Centri di Permanenza Temporanea (CPT) costruiti dai primi anni '90 per trattenere gli stranieri in attesa di espulsione. "In tutte le loro manifestazioni e a ogni latitudine, i campi si possono interpretare come dispositivi che, nel gesto di territorializzare chi non appartiene, segnalano e direttamente danno 'forma' a un'umanità in eccesso" (Rahola F., 2003, Zone definitivamente temporanee. I luoghi dell'umanità in eccesso, Ombre Corte, Verona, p. 17).
[2] Cfr. Dominijanni I., Muri di impotenza, in "Internazionale", 28/08/2015.
[3] Su questo concetto si sono concentrati gli studi più recenti degli scienziati della complessità Bocchi, Ceruti e Morin; si vedano in particolare Bocchi G., Ceruti M., 2009, Una e molteplice. Ripensare l'Europa, Tropea, Milano; Morin E., Ceruti M., 2013, La nostra Europa, Raffaello Cortina, Milano. 
[4] Sulla differenza del significato storico ed etimologico tra confine e frontiera: "Il confine impone, con l'evidenza dei suoi segni e la sua dimensione circoscritta, il suo essere uno spazio chiuso, una sicurezza che la frontiera (fisica, biologica, psicologica), luogo vasto e indeterminato, non può assicurare". (Zanini P., 1997, Significati del confine. I limiti naturali, storici, mentali, Bruno Mondadori, Milano, p. 14). 
[5] Sulla pretesa oggettività della rappresentazione cartografica: vedi Farinelli, 1992, I segni del mondo. Immagine cartografica e discorso cartografico in età moderna, La Nuova Italia, Scandicci.
[6] Per arrivare a produrre queste immagini è stato introdotto un metodo, che deriva da una reinterpretazione dell'indagine sviluppata nell'Immagine della città di Kevin Lynch, attraverso il quale si è aperto il campo a una relazione osservatore-osservato che ha consentito ai migranti di rappresentare la propria idea ed esperienza della città. In particolare è stata operata una rilettura degli elementi della mappa lynchiana in relazione al nuovo contesto di indagine e alla condizione del migrante al primo approdo, definendo i cinque 'oggetti urbani' su cui fondare la rappresentazione della città. (Si veda "La trasposizione dei cinque 'elementi dell'immagine' di Lynch", in Pezzoni, 2013, p. 85). 

Nausicaa Pezzoni
Lavora in Città metropolitana di Milano come pianificatore tecnico e collabora con il Laboratorio RAPu+. Ha pubblicato il saggio La città sradicata. Geografie dell'abitare contemporaneo. I migranti mappano Milano (O barra O edizioni, 2013) oltre a numerosi articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali. Si occupa in particolare della ricerca di nuove forme di welfare per la città contemporanea, e della sperimentazione di metodi di lavoro multidisciplinari per rispondere alla domanda di abitabilità delle nuove popolazioni urbane.
Email: nausica.pezzoni@gmail.com