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Progetto urbanistico e partecipazione
di Leonardo Ciacci
"Questa è la Mostra dell'urbanistica. Non vi porteremo
davanti a plastici, disegni, grafici, materiale tecnico perché
sappiamo che non avreste voglia di guardarli.
Vorremmo persuadervi
che [
] avete diritto di portare il contributo della vostra
opinione e della vostra azione. Siete voi i protagonisti di tutti
i fatti che l'Urbanistica investe con la sua azione"(1)
. Questo è quanto pensano e filmano nei tre documentari appositamente
preparati per l'occasione, i tre curatori della Mostra di Urbanistica
allestita per la decima Triennale di Milano del 1954, Giancarlo
De Carlo (1919), Carlo Doglio (1914-1995) e Ludovico Quaroni (1911-1987).
"L'esposizione riesce a irritare tutti
", questo
sarà il commento di Zevi che senza mediazioni li definirà
"l'anarchico che straccia i piani".
In realtà l'approccio è disciplinarmente chiaro e
rimanda alla lezione di Geddes, non così nota allora, ma
già arrivata in Italia attraverso gli scritti di Mumford
(2): "Avete mai pensato che siamo noi,
giorno per giorno e tutti insieme, che diamo forma a questo spazio?"(3)
. L'intento dei tre film e dell'intero allestimento della mostra,
è contenuto nella frase finale di uno dei tre cortometraggi,
che richiamando quei principi, recita: "Va nella tua città,
uomo, e collabora con chi vuol renderla più umana, più
simile a te".(4)
Per la realizzazione dei tre film i curatori si rivolgeranno a tre
registi di documentari, Gerardo Guerrieri, Michele Gandin e Nicolò
Ferrari. Del resto, De Carlo prevedeva che i loro film sarebbero
arrivati alle sale cinematografiche e a questo riservava parte delle
aspettative di sensibilizzazione del pubblico ai temi dell'urbanistica.
Una lezione d'urbanistica apre la scena con una esplicita
parodia demolitrice dell'idea stessa di "existenzminimum"
e di arredamento standardizzato della casa. Il set riproduce i pochi
metri quadrati di un alloggio abitato da "un uomo comune oppresso
dai piani dell'archietto-urbanista" (5)
, incapace di districarsi tra finestre che non si aprono, se prima
non si è sollevato il tavolino, e altre che, lasciate distrattamente
aperte, lasciano che l'acqua della doccia finisca sugli abiti poggiati
sopra il letto.
La polemica con La
giornata nella casa popolare, il film realizzato da Piero Bottoni
nel 1933, dopo la Tiennale di quello stesso anno, è esplicita.
L'"uomo della città" non è più solo
il destinatario finale del progetto razionalista di architettura
per la città ed è chiamato a collaborare, insieme
a quei tecnici che dell'urbanistica possiedono gli strumenti, ma
che non si riconoscono più nel "partito dell'urbanistica
moderna". Lo si vedrà del resto dalle reazioni alle
provocazioni lanciate dagli schermi della X Triennale. Anche se
De Carlo lamenta che "
i Grandi Sacerdoti ineffabili hanno
respinto la provocazione con sdegno e non hanno risposto
"
alle sollecitazioni dei loro film (6) , le
risposte in realtà ci sono state e piuttosto risentite, come
indubbiamente è quella di Luigi Piccinato, che defisce l'esposizione
"
una mostra sbagliata e senza speranze. Anzi controproducente
e negativa
" (7) .
I tre film, in definitiva, sono messi in sequenza come i tre capitoli
di un unico libro di teoria dell'urbanistica. Una lezione d'urbanistica,
dopo la scena iniziale, mostra tre architetti in una stanza al cui
centro è collocata, sul pavimento, la pianta di una città,
quasi fosse il paziente malato cui i tre tecnici applicheranno le
loro ricette: le belle architetture dell'"architetto A";
le innovazioni alla circolazione dell'"architetto B, tecnico
di grande esperienza"; le tipizzazioni statistiche del "professor
C", che "per amore del suo piano, può farsi tiranno
dell'uomo". Infine, la rassicurazione: "Va nella tua città,
uomo, e collabora con chi vuol renderla più simile a te".
Una analoga nota positiva sul destino della città compare
anche a metà di La città degli uomini, quando
dopo una lettura dei principali problemi che affliggono la grande
città, il ritmo delle immagini cambia repentinamente, si
fa animato e festoso e rivela i lati positivi della vita nelle città.
"La città è alloggio cattivo, lavoro senza gioia,
mortificazione, miseria, affanno. Ma è anche speranza, apertura,
spinta alla comunicazione e alla libertà. Nella città
si sviluppa tutto il bene del mondo, la scienza, la tecnica, la
produzione, l'arte".
Cronache dell'urbanistica italiana è decisamente il
più complesso dei tre film, quello per il quale la sceneggiatura
appare più elaborata. I testi, anche se tradizionalmente
intesi per essere didascalici e uniti in un rapporto di stretta
funzionalità con le immagini, esprimono rigorosamente il
programma urbanistico che intendono perseguire e comunicare.
Le immagini iniziali sono quelle delle baracche dell'estrema periferia
di Roma. Vi si possono vedere alloggi di fortuna costruiti sotto
il livello del collettore della fognatura, di cui le donne si prendono
cura come fossero le strade di un paesaggio surreale. Secondo il
commento, sono questi gli aspetti drammatici "dei mali italiani",
rivelati della guerra. Gli antichi "Sassi" di Matera,
e il quartiere La Martella, sono tuttavia l'autentico soggetto del
film (8) . Del nuovo quartiere UNRA Casas
progettato da Quaroni e costruito nel 1951, si mostrano le caratteristiche
tipologiche, le soluzioni rivolte alla conservazione degli aspetti
più importanti della cultura abitativa dei "Sassi",
ma soprattutto si mostrano gli aspetti concettuali, altre che compositivi,
che fanno di quel progetto un esempio significativamente diverso
dalle altre soluzioni allora adottate. "Per la prima volta
alcuni Enti si [sono posti] il problema della casa popolare nei
giusti termini umani e sociali, rivolgendosi alle forze tecniche
più qualificate dell'architettura moderna.
E' necessario
[è la conclusione] che tutti abbiano maggiore coscienza dei
loro problemi. La gente, col peso della sua partecipazione, ha la
possibilità di fare che la ricostruzione diventi veramente
pianificazione urbanistica. Strumento di tutti e non arma di pochi"
(9) .
Come si vede, il disegno cui danno vita i tre documentari, ha una
sua forte coerenza interna, capace di collegare i temi più
astratti degli orientamenti disciplinari, con quelli più
concreti delle soluzioni progettuali adottate per temi specifici
e circoscritti. A tenere insieme il quadro, tuttavia, è ancora
la "partecipazione" collettiva, riconosciuta come condizione
stessa del fare urbanistica.
(1)Cfr. La Mostra dell'Urbanistica alla Decima Triennale,
in "Casabella" n. 203, 1954, pp. 18-31.
(2) Cfr. De Carlo, Doglio, Mariani, Samonà, Le radici malate
dell'urbanistica italiana, cit., p. 62.
(3) Dalle didascalie dell'esposizione.
(4) Da, Una lezione d'urbanistica.
(5) Cfr. B. Zevi L'anarchico che straccia i piani, in "l'Espresso",
5 ottobre 1954.
(6) Cfr. G. De Carlo, Intenzioni e risultati della mostra di urbanistica,
in "Casabella", n. 203, 1954, p. 24.
(7) Cfr. Opinioni sulla mostra dell'urbanistica, in "Casabella",
n. 203, 1954, p. 27.
(8) Cfr. Quaroni, La città fisica, Laterza, Bari 1981, p.
59.
(9) E' il commento finale del film.
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